IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 13a Tesi (l’anima come principio di vita)

IL SILLABO TOMISTA

Commento alle XXIV Tesi del tomismo

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Tredicesima tesi del tomismo

 L’anima come principio di vita

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«Vi sono due tipi di corpi naturali: ‘viventi’ e ‘non-viventi’. Nei corpi viventi lo stesso soggetto ha una parte che muove ed una parte che è mossa. L’anima è chiamata forma sostanziale del corpo ed esige la disposizione di parti eterogenee del corpo».

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●Aristotele[1] e San Tommaso[2] applicano la Tesi della ‘materia’ e della ‘forma’ al problema della vita asserendo che l’anima è la forma sostanziale del corpo. Essi spiegano che vi sono tre gradi di vita: vegetale, animale ed umana.

●La vita consiste nel ‘moto intrinseco o immanente al soggetto ed alla specie’[3], ossia nell’auto-movimento (“vita est  ex se motum habere”) avendo in sé la capacità di muoversi, che deriva da un principio vitale distinto dalla materia statica ed inerte. Le tre funzioni o moti immanenti che costituiscono la vita sono:  mangiare (il soggetto converte un’altra sostanza nella sua propria), crescere (il soggetto organizza la nutrizione per acquistare la giusta quantità) e riprodursi (movimento immanente quanto alla specie, che è un prolungamento o una continuazione del soggetto, in maniera asessuata per le piante, che si riproducono mediante i semi vegetali o sessuale per gli animali e per gli uomini[4]). Mentre il masso, il tronco, ecc., non si muovono (non mangiano, non crescono e non si riproducono seminando altri sassolini e tronchetti), ma possono solo essere mossi dall’esterno. Ciò significa che nel vivente vi è una forza superiore alla materia, che il minerale non ha; essa è chiamata principio di vita o anima.

Il Materialismo moderno (che riprende il Monismo antico) pretende che l’anima (vegetativa, sensibile e razionale) non esista e che la sola materia sia vivente. Non ammette  che il vivente sia composto di materia e forma o anima (vegetale, animale e umana), ma riduce tutto ad una sola realtà: la materia. Per cui o anche il semplice minerale dovrebbe avere la vita  in sé (“hylé = materia + “zoé” = vita”, “Ilezoismo”) oppure l’uomo dovrebbe essere un semplice minerale.

Da questo errore  monistico oltre che dal Materialismo moderno di Carlo Marx derivano errori apparentemente diversi, ma realmente analoghi. Per esempio il Panteismo (I Sent., dist. 8, q. 1, a. 2), secondo cui nel mondo vi è un unico principio nel quale coincidono Dio, la natura, l’uomo, la materia ecc., e la Teosofia di madame Elena Blavatsky,  cui si è ispirato il Modernismo (v. Antonio Fogazzaro), secondo cui “lo Spirito e la Materia sono una stessa cosa”[5].

San Tommaso, fondandosi sul senso comune, evita tutti questi errori del Monismo Spiritualista, (tutto è spirito, anche la materia che si confonde con esso) e  del Monismo Materialista, (non esiste lo spirito, tutto è pura materia). In mezzo a questi due errori per eccesso (Spiritualismo) e per difetto (Materialismo) si erge la verità, come una montagna in mezzo e sopra (ossia nel giusto mezzo di superiorità  e non di mediocrità[6]) due burroni alla sua destra e alla sua sinistra:  l’ente è composto di materia e forma e il vivente si  muove. Quando cessa ogni movimento (respiratorio, cardiaco e cerebrale) muore[7]. Inoltre “l’anima umana  non riceve l’essere dalla materia, ma è la materia  che riceve l’essere dall’anima” (In II Sent., distinz. 19, q. 1, a. 1, ad 3). Anzi “lo stesso essere che appartiene per sé all’anima, appartiene indirettamente al corpo, grazie all’anima; quindi l’essere del composto di anima e corpo è  l’essere dell’anima, ricevuto poi nel corpo” (I Sent., distinz. 8, q. 5, a. 2, ad 2).

●“Vivere est movere seipsum”, ossia l’essenza della vita consiste nel muoversi da sé con un movimento attivo e passivo, ossia nel vivente vi è un ‘motore’ o ‘movente’ e una ‘parte mossa’ o ‘mobile’ (per esempio, il cervello comanda alla mano di muoversi ed essa si muove), mentre i minerali o corpi inorganici e senza vita hanno soltanto un  movimento passivo, cioè sono mossi (il sasso è spinto da un  uomo, il carro è trainato da un mulo, ecc.). Per cui l’adagio “omne quod movetur ab alio movetur” va inteso in maniera diversa a seconda che il corpo sia inorganico (la freccia è lanciata dall’arciere) oppure organico (l’uomo muove ed è mosso, ha una parte motrice ed una parte mossa o mobile).

Quanto ai viventi, la pianta mangia, cresce e porta fiori e frutti e da essi nascono altre piante per inseminazione vegetale; l’animale oltre a nutrirsi, crescere e riprodursi per accoppiamento sessuale, corre da una parte all’altra ed ha una sensibilità esterna (vede, sente, odora, gusta, tocca) ed interna (ricorda, ha l’istinto innato o “estimativa”, che ad esempio porta la pecora a fuggire alla vista del lupo anche se non lo ha mai visto); l’uomo inoltre ha una conoscenza razionale, non si ferma a quella sensibile (sensi esterni ed interni), ma conosce l’essenza intelligibile delle cose sensibili e ne dà una definizione (sa che l’uomo è un animale razionale o è un ente composto di anima spirituale e di corpo materiale), poi unisce due concetti (uomo e vita) ed enuncia un giudizio: “l’uomo è vivente”, “Antonio è morto”, infine ragiona mettendo assieme due giudizi e ne tira una conclusione (l’uomo è mortale, ora Antonio è uomo, quindi Antonio è mortale). Inoltre l’uomo è libero ossia ha una volontà che lo rende padrone di sé e dei suoi istinti.

Questa in breve è la concezione di Aristotele e di San Tommaso riguardo alla vita, che corrisponde più di tutte le altre dottrine filosofiche alla realtà. Essa è il senso comune eretto a scienza filosofica realistica, secondo cui la verità consiste nel conformare il proprio pensiero alla realtà, contrariamente all’idealismo moderno secondo il quale è il pensiero che “crea” la realtà. La vita consiste nel muovere se stessi mediante un’operazione che è intrinseca al soggetto vivente e permane in lui, lo perfeziona, lo sviluppa, lo mantiene nell’essere (l’anima mediante il cervello del corpo che ella informa ordina alle membra di muoversi, di mangiare, di digerire e poi di organizzare ciò che si è mangiato distribuendolo nelle varie parti del corpo in maniera omogenea onde crescere) e lo perpetua nella sua specie. Quando questo movimento del soggetto (mangiare e crescere) cessa totalmente il vivente muore.

Il non-vivente è solo mosso ab extrinseco, riceve un movimento dall’esterno, ha un moto passivo e non attivo (per esempio il carro è trainato dall’asino, l’orologio è ricaricato dal proprietario o bisogna cambiargli pila ogni anno); invece il vivente ha un movimento  attivo, che è in parte del soggetto come “motore” ed in parte resta in lui come “mosso” in atto, oppure “mobile” in potenza, lo sviluppa e lo porta a perfezione. Il vivente assume o mangia degli elementi presi al di fuori di sé, li organizza e li distribuisce omogeneamente nel suo corpo per crescere ed infine si riproduce in enti simili a se stesso (la rosa produce per inseminazione vegetale altre rose e non cardi o margherite; il ‘cane lupo’ genera un altro ‘cane lupo’ e non un doberman; Antonio procrea un altro uomo e non un angelo né un cavallo; il sasso non genera o produce altri sassi simili a sé, facendo cadere delle pietruzze a terra; sarebbe molto conveniente se una pepita d’oro producesse tante altre pepite, ma ciò purtroppo non è possibile).

Ciò comporta che, se i corpi minerali sono omogenei (il sasso è interamente di pietra, la pepita è interamente d’oro, il tronco è interamente di legno), i viventi sono eterogenei (parte motrice e parte mobile) e gerarchizzati, per esempio il cane e l’uomo hanno il cervello che muove e gli arti che sono mossi. Di più l’uomo ha un intelletto ed una volontà, che colgono oggetti spirituali i quali sfuggono all’animale (Antonio conosce la matematica, la filosofia, il sanscrito; Francesco ama la povertà, la giustizia, la purezza; mentre nessun animale ha l’idea intellegibile di enti universali, astratti e spirituali, conosce il sanscrito e ama la povertà, ha solo immagini sensibili interne o esterne). Le parti eterogenee dell’animale e dell’uomo sono subordinate gerarchicamente e concorrono al fine comune di tutto l’organismo animale o umano.

Lo insegnava già il pagano Menenio Agrippa: “Una volta le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso, ruppero gli accordi con lui e cospirarono dicendo che le mani non avrebbero portato cibo alla bocca, né che la bocca lo accettasse, né che i denti lo masticassero a dovere. Ma mentre cercavano di domare lo stomaco, s’indebolirono anche loro stesse, e il corpo intero deperì. Di qui si vede come il compito dello stomaco non è quello di un pigro, ma che esso distribuisce il cibo a tutti gli altri organi. Fu così che le varie membra del corpo tornarono in amicizia tra loro e con lo stomaco. Così Senato e Popolo, come se fossero un unico corpo, deperiscono con la discordia, mentre con la concordia restano in buona salute” (Tito Livio, Ab Urbe condita, II, 32).

Inoltre è rivelato in San Paolo: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Né l’occhio può dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi […]. Anzi quelle membra che sembrano più umili sono le più necessarie. […]. Dio ha composto il corpo affinché non vi fosse disunione in esso, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tute le membra soffrono insieme; e se un membro sta bene, tutte le altre gioiscono con lui» (1 Cor., XII, 4-20).

Perciò le ineguaglianze e la gerarchia tra i membri del corpo fisico ed anche di quello civile, convergendo verso un fine comune (il benessere del tutto), formano l’unità e l’armonia dell’organismo. Se tutte le dita di una mano fossero eguali l’arto sarebbe mostruoso, se le note di una musica fossero tutte eguali sarebbe una cacofonia, la diversità armonica produce la bellezza organica e sinfonica mentre la diversità disarmonica (“musica” moderna) produce il rumore. Così è nella Chiesa: laici, chierici, Vescovi e Papa. Così pure in Paradiso: Angeli, Arcangeli, Potestà, Principati, Troni, Virtù, Dominazioni, Cherubini e Serafini. Senza diversità e gerarchia tutto è piatto, brutto, immobile e morto.

Aristotele definisce l’anima “atto primo del corpo fisico e organico o vivente, che ha la vita in potenza” (II De Anima, cap. 1). L’atto primo è la forma sostanziale che dà l’essere primo all’essenza (per esempio l’anima razionale dà l’essere sostanziale al corpo umano; l’anima sensibile al corpo animale). La forma accidentale, invece, le dà l’essere tale o tal altro (per esempio la quantità farà che un asino pesi 1 quintale e un uomo 80 kg; la qualità farà che l’acqua sia fredda o calda, che l’uomo sia dottore o ingegnere, buono o cattivo).

Qui si vede come S. Tommaso abbia superato Aristotele, il quale si è  fermato all’essenza e all’atto primo o forma sostanziale, mentre l’Angelico è giunto all’atto ultimo o perfezione ultima di tutte le altre perfezioni, essenze e forme sostanziali che è l’essere come actus essendi (Quodlib., XII, q. 5, a. 1; S. Contra Gent., lib. II, cap. 54)[8], ben distinto e superiore al fatto di esistere, per il quale l’essenza di un ente, ricevendo l’essere come ‘atto ultimo’ dell’essenza che è ‘atto primo’, ex-sistit ossia esce fuori dal nulla e dalla sua causa ed esiste de facto.

L’anima come atto primo, specifico o sostanziale informando un corpo lo rende parte del mondo animale se l’anima è soltanto sensibile, oppure del mondo umano se l’anima è razionale. Il corpo è detto fisico o vivente ed organico per distinguerlo da un corpo artificiale (un manichino, una statua).

L’anima è tutta in tutto il corpo e tutta in ogni parte del corpo (“tota in toto et tota in qualibet parte”); per esempio: l’anima è tutta in tutto il corpo e tutta nella mano, nel piede, nel capo, ma in maniera proporzionata all’importanza, valore e ruolo di ogni membro; è naturale che la presenza attiva dell’anima sia più forte nel capo che nel piede, ma come il capo si serve del piede e non deve disprezzarlo così il piede dipende dal capo e deve obbedirgli ed è l’anima il principio unificatore delle varie membra che le subordina gerarchicamente al bene comune di tutto il corpo.

L’anima è principio vitale di “un corpo che ha la vita in potenza”, ossia il corpo di per sé senza anima non  ha la vita in atto, ma solo la capacità di riceverla ricevendo l’anima: “forma dat esse”, ossia la forma non causa l’essere (che è illimitato e può essere tutto: angelo, uomo, animale, pianta, minerale, ed è l’ultima attualità di ogni forma) ma, lo riceve e lo limita specificandolo (essere umano, se è ricevuto in un’essenza o forma umana; essere animale, se è ricevuto in un’essenza animale) e lo comunica alla materia, che in tal modo individua la forma esistente (l’uomo Antonio, Marco o Giovanni …) grazie all’essere che l’attua ultimamente e la fa uscire fuori del nulla e della sua causa ossia la fa esistere (ex-sistere)[9]. L’anima è forma sostanziale o “atto primo” del corpo fisico; inoltre è sempre l’anima la radice remota che fa muovere le membra del corpo tramite l’organo del cervello e in questo caso si chiama “atto secondo” ossia “azione”; quindi l’anima è “principio radicale o remoto” delle operazioni umane o animali, il cervello è il principio intermedio o organo fisico di cui si serve l’anima per muovere le membra e le membra sono il principio prossimo ed immediato delle azioni[10]. L’intelletto e la volontà, ossia le due facoltà o potenze attive dell’anima razionale, sono “radice prossima” di operazione (conoscere e volere).

L’anima umana è forma per sé sussistente, essendo spirituale (lo proveremo nelle prossime Tesi), non composta, non corruttibile e quindi immortale, ma informante un corpo, poiché l’uomo è un composto di anima e corpo. Perciò l’anima è creata per informare un corpo e farlo vivere. Quindi anima e corpo sono i due co-princìpi sostanziali dell’uomo. Quando il corpo muore, l’anima continua a vivere separata da esso sino alla Risurrezione dei corpi (che conosciamo per Fede con certezza, mentre la ragione ce ne dà solo un argomento di convenienza)[11].

Invece l’angelo, che è un puro spirito non composto di materia e forma, è una forma per sé sussistente e non informante un corpo, ossia forma pura; tuttavia è composto di essenza che riceve l’essere da Dio. Solo Dio è l’Essere per sua Essenza.

Nella XIV Tesi studieremo più in profondità la questione della vita, riferendoci specificatamente a quella vegetale ed animale, poi dalla XV alla XXI studieremo la  vita umana ed il problema della conoscenza razionale dell’uomo essenzialmente distinta da quella puramente sensibile degli animali ed infine i rapporti tra intelligenza e volontà secondo S. Tommaso d’Aquino.

Così avremo terminato lo studio della Psicologia razionale (Tesi XII-XXI), dopo aver studiato la Metafisica o filosofia dell’essere (Tesi I-VII), l’Ilemorfismo e la Cosmologia (Tesi VIII-XII), quindi saremo pronti per affrontare il problema dell’esistenza di Dio e la conoscenza di qualcuna della Sue proprietà (Essere, Vero, Buono, Bello, Uno) o la Teologia naturale (Tesi XXII-XXIV). Giunti al Vertice della Filosofia perenne potremo intonare: “Allarmi siam Tomisti, terror dei Modernisti!” ed arrivare allo studio della Somma Teologica stessa[12]: “Somma e moschetto: tomista perfetto!”.

d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/03/30/302/



[1] De Anima, II, 1.

[2] V Metaphysicorum, lectio XIV; Summa Contra Gent., lib. I, cap. 97; S. Th., I, q. 18, a. 1-2; ivi, qq. 75-77, specialmente q. 75, a. 1; Quaest. de Anima.

[3]Esse viventium est vivere. L’essere dei viventi è la vita”, ossia la vita consiste nel ‘moto intrinseco o immanente’ quanto all’individuo (mangiare e crescere); il riprodursi sembra un movimento ‘estrinseco’ quanto all’individuo in sé considerato, tuttavia è ‘intrinseco o immanente’ all’individuo considerato relativamente alla propria specie, cioè è un’azione immanente al soggetto, di cui la specie è la continuazione; per esempio, il singolo animale o il singolo uomo quando si riproducono lo fanno per il mantenimento e la continuazione di se stessi nella propria specie. Quindi la riproduzione è sempre un movimento intrinseco o immanente quanto alla specie, ossia all’individuo come singola parte di una specie.

[4] I minerali che non mangiano, non crescono e non si riproducono neppure vegetalmente non sono enti viventi esistono ma non vivono.

[5] E. Blavatsky, The Key of  Theosophy, New York, 1890, p. 14.

[6] Bisogna fare attenzione e ben interpretare l’adagio latino: “in medio stat virtus”; non si tratta di un’equidistanza di mediocrità tra errori opposti per eccesso e difetto, ma di un giusto mezzo in altezza o profondità (“in medio et in culmine”), che sorpassa entrambe gli errori (v. Reginaldo Garrigou-Lagrange, Le sens commun, Parigi, 1909).

[7] Questa osservazione filosofica, che è il senso comune ad ogni uomo fornito di retta ragione elevato a scienza,  è assai importante per accertare la morte reale, che sopravviene non quando la sola corteccia dell’encefalo risulta piatta all’elettroencefalogramma, ma anche il fondo del cervello è piatto all’esame dello scanner ed inoltre il cuore non batte più e la respirazione è cessata. Soltanto allora, in concomitanza del cessare di queste tre funzioni vitali, vi è morte reale. Altrimenti si può parlare solo di morte clinica o apparente. A partire dal 1968, purtroppo, si è introdotta una legge per favorire la pratica dei trapianti/espianti di cuore (effettuati allora per le prime volte) in Sud Africa dal dr. Barnard, secondo la quale basta che l’elettroencefalogramma sia piatto e segnali, dunque, che la sola corteccia esteriore del cervello non dà segni di movimento o di vita per dichiarare la morte reale e procedere all’espianto del cuore in un uomo che respira, il cui cuore batte e il cui cervello profondo si muove e vive anche se la sua corteccia superiore o esterna non dà segni di vita o moto.

[8] Vedi III e IV Tesi del Tomismo.

[9] Cfr. Summa Contra Gent., lib. II, cap. 54.

[10] Johannes a Sancto Thoma, Cursus philosophicus thomisticus, Madrid-Roma-Colonia, 1636-1638, Philosophia naturalis, III pars, q. 1, a. 1.

[11] L’anima, che è forma per sé sussistente ma informante, dopo la morte del corpo esiste separata da esso in uno stato che è contro la sua natura di informare una materia. Quindi anela alla ricongiunzione con il corpo. Perciò è conveniente che i corpi risorgano e si riuniscano alle anime (cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I, qq. 75-77; Id., Quaestiones de anima; C. Fabro, L’Anima, Roma, 1955; R. Garrigou-Lagrange, L’altra vita e le profondità dell’anima, tr. it., Brescia, 1947.

[12] Il testo latino lo si trova anche in internet. Vi è l’edizione cartacea delle Edizioni Paoline in un solo volume, oppure quella della Editrice Herder in quattro volumi. La traduzione in italiano è pubblicata dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna in sei volumi, le medesime Edizioni hanno ripubblicato anche l’edizione monumentale (della Salani di Firenze, 1949-1975) in 36 volumi in latino con traduzione italiana a fianco, corredata da introduzioni, note, indici e dizionari preziosi, curati da padre Tito Centi († 19 maggio 2011) coadiuvato dai Domenicani Italiani. Lo studio della Somma Teologica è un ottimo rimedio contro il logorio del mondo moderno: “un articolo al giorno, toglie il dottore di torno”.

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