L’Imperialismo Ebraico-Americano e la Shoah

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L’IMPERIALISMO EBRAICO-AMERICANO E LA SHOAH

 

Il professor Dan Dinner (dell’Università ebraica di Gerusalemme) ha partecipato ad un simposio tenutosi a Camaldoli il 10-12 settembre del 2004. Vi ha tenuto una relazione (riportata dalla rivista Il Regno dei Dehoniani di Bologna, il 15 settembre del 2004, n° 953, pp. 515-522), nella quale afferma che la guerra di Bush contro l’Iraq (2003) è il tentativo della secolarizzazione, ossia l’esportazione della democrazia moderna, del laicismo e della modernità in Medio Oriente. La questione palestinese è stata risolta con uno ‘Stato’ principalmente (anche se non esclusivamente) ebraico/laico, fianco a fianco con un ‘ordinamento politico’ (non uno Stato) arabo non-confessionale.

D’altronde il capo gabinetto del governo Sharon ha affermato che “il ritiro israeliano da Gaza è la formalina per imbalsamare la nascita della Nazione palestinese”.  Il conflitto israelo-palestinese, perciò,  è una guerra coloniale. Infatti Israele è venuto da fuori e si è impossessato della Terra di Palestina, per fondarvi la sua Nazione con un insediamento definitivo e progressivo, che impedisce di porre fine all’espropriazione della Terra dei Palestinesi. Tale esproprio si fonda sul passato: le promesse bibliche (alle quali lo Stato d’Israele laico, per definizione, non crede) e sul futuro: il messianismo imperialista e millenaristico/terreno ebraico. Si rifiuta, così, quasi patologicamente il presente.

La shoah è stata fatta pagare al mondo arabo/palestinese in termini di espropriazione e invasione della propria Terra e vivere soprattutto all’Occidente (che è la vecchia Europa o Cristianità secolarizzata) con un senso di colpa verso gli ebrei, ai quali è impossibile negare una Patria [su terra altrui e non sulla propria, ndr]. Sempre la shoah ha giustificato l’armamento nucleare d’Israele, negato al mondo arabo,  che ha già provocato la seconda guerra contro l’Iraq (2003) e sta per provocarne un’altra in questi mesi contro Siria/Libano/Iran. Ma il mondo arabo non ha avuto nessuna responsabilità nella shoah. Dal punto di vista degli Arabi, quindi, la legittimità dello Stato d’Israele è molto debole.

Anche l’ambasciatore Sergio Romano (Anatomia del terrore, Milano, RCS, 2004) scrive che l’imperialismo americano (il quale suscita molte ostilità) ha incluso in una ‘cupola del male’ (non esistente nella realtà) avversari molto diversi tra di loro: l’Iraq e la Palestina, Bin Ladèn, l’Iran, la Siria e la Corea del nord. L’ambasciatore afferma “non cerco di giustificare Al Qaeda. Mi limito a negare che il terrorismo islamico rappresenti una totale novità e che tutto inizi con l’11 settembre 2001” (p. 21). Infatti vi è stato un terrorismo risorgimentale italiano (Mazzini), uno sionista di destra (Jabotinsky, negli anni Venti-Trenta), uno di sinistra (Ben Gurion e l’Irgùn, nel 1948). Lo Stato d’Israele è “un corpo estraneo”, che ha contribuito alla nascita – nel mondo arabo – di un nazionalismo frustrato, che è divenuto aggressivo (p. 73) e pericoloso. Secondo il Romano dovremo convivere con la minaccia terroristica forse per venti anni. “La soluzione della questione palestinese e una migliore gestione della crisi irachena, toglierebbero al terrorismo una parte del terreno su cui è cresciuto” (p. 122).

Il professor Norman Finkelstein ha scritto un interessante libro (The Holocaust Industry. Reflections on the Expoliations of Jewish Suffering, Londra-New York, Verso, 2000, tr. it. La fabbrica dell’olocausto. Riflessioni sulle sofferenze degli ebrei, Milano, Rizzoli, 2002), in cui mette in stato d’accusa lo sfruttamento delle sofferenze degli ebrei per ottenere la normalizzazione dello Stato d’Israele nato anormalmente, e chiama questo sfruttamento ‘fabbrica dell’olocausto’. Essa è una sorta di ‘mitizzazione’ dell’olocausto, come arma ideologica per Israele che si pone come vittima (mentre nello stesso tempo è il gruppo più potente e influente negli Usa), ottenendo così l’immunità di fronte ad ogni critica. La memoria permanente della shoah è fatta in vista di interessi politico-materiali enormi.

Infatti solo dopo la guerra dei sei giorni del 1967 l’olocausto è stato scoperto dagli storici (prima del ’67 esistevano solo due libri sull’argomento: Raul Hilberg La distruzione degli ebrei europei e Ella Lingensreiner Prigionieri della paura) e poi dal gran pubblico ed è divenuto una sorta di ‘gallina dalle uova d’oro’ per giustificare la politica colonialistica e aggressiva dello Stato d’Israele ed ottenere sostegno economico e politico dagli Usa.

L’America, prima del 1967 – secondo Finkelstein – non era ancora schierata totalmente con Israele, mentre dopo la fulminea vittoria della guerra dei sei giorni gli Stati Uniti puntano su Israele come punto d’appoggio strategico in Medio Oriente. Secondo l’israelita Finkelstein (che è stato licenziato dall’Università statunitense, in cui insegnava prima del suddetto libro) “la maggior parte della letteratura olocaustica non ha nessun valore scientifico”. La sfida d’oggi – conclude il professore – è di fare dell’olocausto l’oggetto d’uno studio razionale e oggettivo.

Lo stesso gran rabbino sefardita di Gerusalemme Ovàdia Yosèf “avalla il concetto della responsabilità degli ebrei [askenaziti] nella propria persecuzione” (La Stampa, 7.VIII.2000, p. 11): le vittime dell’olocausto sono le anime dei peccatori reincarnate e castigate dai tedeschi. Il gran rabbino askenazita di Gerusalemme Meir Lau non accetta – evidentemente – la lettura sefardita della shoah, sostenendo che la teologia sefardita “è simile al concetto della Chiesa romana, quando diceva che gli ebrei erano destinati a espiare il peccato di deicidio” (La Stampa, 7.VIII.2000). Anche il rabbino capo di Torino, Alberto Somèkh (sefardita), asserisce che (La Stampa, 9.VIII.2000, p. 21) le dichiarazioni di Ovàdia Yosèf riflettono un dibattito tutto interno all’ebraismo come religione. Teologicamente la reincarnazione ha solide basi nel Talmùd (Kiddushim 72 a), soprattutto dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna. Le parole di Yosèf attaccano la teologia alternativa del ‘silenzio di Dio’ [Hans Jonas] durante l’olocausto, che porta alla negazione della sua esistenza o della sua onnipotenza. Il rabbino Yosèf, ha solo gettato – continua Somèkh – le basi teologiche ortodosse della shoah, che è simile alla distruzione del Tempio (70 d.C.) o all’espulsione dei sefarditi dalla Spagna (1492). Infine il rabbino sefardita Sholòmo Benzìri afferma che “durante l’olocausto i pionieri sionisti [askenaziti] s’interessavano più alle proprie vacche che non al salvataggio delle comunità ebraiche ortodosse [sefardite] in Europa. I padri del sionismo le abbandonarono al proprio destino e commisero un crimine imperdonabile” (La Stampa, 15.VIII.2000, p. 10).

Invece – purtroppo – oggi (specialmente in ambiente cristiano) l’olocausto è diventato ‘il peccato del mondo’, dei gojim contro l’ebraismo, una colpa indelebile, di cui i cristiani stessi ogni giorno dovrebbero chiedere perdono e risarcire abbondantemente lo Stato d’Israele, per non essere poi mai perdonati, dacché la shoah è, come scrive Romano, un “passato che non passa”, ossia un “cerchio quadrato” o una contraddizione nei termini.

Mentre il sionismo rappresenta una minaccia teologica (ma anche militare e fisica) per la Chiesa, poiché proprio a Gerusalemme vi è la prova storico-archeologica che l’Antico Testamento è stato rimpiazzato dal Nuovo. Infatti il Tempio non c’è più; il “velo del Tempio”, che si scisse in due nel momento in cui Gesù venne crocifisso, era talmente pesante e grande che occorrevano 70 (settanta) uomini robusti per slegarlo, lavarlo e rimetterlo al suo posto (cfr. Giuseppe Flavio, Le guerre giudaiche) nel Sancta Sanctorum ove risiedeva la Presenza di Dio o shekinah sino al deicidio; il sacerdozio di Aronne neppure esiste, l’ebraismo religione (senza Sacrificio, Sacerdozio e Altare) è solo una reliquia o un reperto archeologico, ‘portatore dei Libri dei Profeti’ (S. Agostino), che annunciano Cristo Messia e Dio.

Infatti i sionisti vorrebbero ricostruire il terzo Tempio. L’ebraismo, suo malgrado, è l’apologeta del cristianesimo presso i non cristiani. Il fatto che oggi si parli di giudeo-cristianesimo, non solo è una sciocchezza teologica e storica, ma è anche un reale e grave pericolo poiché (sotto apparenza di dialogo) scava di nuovo tra ebraismo e cristianesimo un abisso foriero d’azioni e reazioni non sempre pacifiche. Se Roma dovesse rinunciare a denunciare la ‘cecità spirituale’ del talmudismo rinuncerebbe alla sua identità spirituale. La Chiesa non può rinunciare al proprio antigiudaismo teologico senza rinnegare se stessa e Gesù Cristo[1].

La teologia e la politica della Chiesa verso Israele formano una sola cosa. La Chiesa è il verus Israel, la sola legittima erede dell’Antico Testamento, il giudaismo è il ‘falso Israele’ poiché non ha accolto il Messia, anzi lo ha fatto condannare. San Pio X rispose ad Herzl che sin tanto che gli ebrei si fossero ostinati a non riconoscere il Messia Gesù, la Chiesa non avrebbe potuto riconoscere lo Stato israeliano. La dominazione turca era vista dalla S. Sede come il male minore rispetto alla fondazione di uno Stato ebraico in Palestina.

ELIA S. ARTOM, nell’Enciclopedia Italiana, alla voce Sionismo, scrive che “il S. è un movimento moderno tendente alla costituzione in Palestina di una sede internazionale ebraica, per dare modo a quegli ebrei che non si sono assimilati e che non vogliono o non possono assimilarsi alla popolazione in mezzo alla quale vivono, di riprendere la loro esistenza di popolo indipendente. (…) Il S. ha le sue prime origini (…) nell’attesa, sempre viva nelle masse ebraiche, fino dai tempi della distruzione del secondo Santuario … (70 d.C.), della prossima ricostruzione di uno Stato ebraico in Palestina (…). Le aspirazioni che oggi si dicono sionistiche sono, in un certo senso, tanto antiche quanto la diaspora ebraica: l’èra messianica ha fra le sue principali caratteristiche la riunione delle membra sparse d’Israele in terra d’Israele, e la sua liberazione dalla soggezione delle genti. Quando però si dice S., si vuol intendere il S. politico” (vol. XXXI, p. 864).

d. Curzio Nitoglia

 4/7/2013

 http://doncurzionitoglia.net/2013/07/04/507/



[1] Gli uomini di Chiesa, invece, sì e lo hanno fatto a partire dal Concilio Vaticano II (cfr. Nostra aetate, 1965) sino al post-concilio (“L’Antica Alleanza mai revocata”, Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980; “Ebrei fratelli maggiori e prediletti dei cristiani nella Fede di Abramo”, Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma nel 1986; “Ebraismo padre del cristianesimo”, Benedetto XVI, 2010).

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