Il Problema dell’Ora Presente: il Giudeo-Americanismo

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IL PROBLEMA DELL’ORA PRESENTE:

IL GIUDEO-AMERICANISMO

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Mi sembra che il giudeo-americanismo sia realmente il problema dell’ora presente. Infatti, mentre il vecchio giudaismo rabbinico (del I-II secolo d.C.), tramite il giudeo-cristianesimo, ha rappresentato il tentativo fallito (grazie alla reazione degli Apostoli e dei Padri ecclesiastici del II-VI secolo) di soffocare la Chiesa di Cristo giudaizzandola, al contrario in Usa (sin dal XVIII secolo) il giudeo-cristianesimo puritano[1] ha prevalso ed ha invaso anche l’Europa (specialmente a partire dalla fine delle due guerre mondiali, 1918 e 1945); anzi esso è addirittura penetrato in ambiente cattolico con la Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II (1965) e l’insegnamento di Giovanni Paolo II a Magonza (1980) dell’Antica Alleanza ‘mai revocata’, che si protrae sino ad oggi essendo stato ripreso esplicitamente da Benedetto XVI (17 febbraio 2010, Discorso alla sinagoga di Roma) ed implicitamente o privatamente da Francesco I (cfr. Lettere al Rabbino capo di Buenos Aires e di Roma).

L’ebraismo in America, dopo l’affare di Damasco (1840)[2] e il caso Mortara (1858), ha fatto blocco ed ha esercitato pressione sul governo statunitense affinché s’impegnasse per fargli ottenere, nel vecchio Mondo, la piena libertà come già l’aveva ottenuta in America. Gli Stati Uniti rappresentano – perciò – il ‘braccio armato del giudaismo (una volta) disarmato’ (ed ora non più, sin dalla fondazione dello Stato d’Israele nel 1948), contro l’intransigenza dottrinale e l’intolleranza dogmatico-teologica (e conseguentemente politico-sociale) dell’Europa (una volta pienamente) cristiana.

Tutto ciò è stato possibile poiché l’intera tradizione puritana americana era ed è profondamente imbevuta di giudaismo post-biblico[3]. Infatti, gli Stati Uniti non hanno conosciuto il cosiddetto medioevo o cristianità europea teologicamente anti-giudaica. L’America, perciò, è nata senza linfa medievale e priva d’antigiudaismo dottrinale. Il puritanesimo americano fornisce una lettura millenaristica e carnalmente materiale (più che genuinamente letterale) dell’Antico Testamento, vedendo negli Stati Uniti il ‘precursore’ del ‘messia’ che sarebbe lo Stato d’Israele.

Anzi, l’America è una sorta di nuova Sion o nuova ‘Terra Santa’ che – prima, nel secolo XVIII – doveva accogliere gli ebrei dispersi (a partire dal 70 d.C.) e quindi discriminati teologicamente nel vecchio mondo e – poi, nel XX secolo – doveva preparare la nascita della nuovissima Sion (lo Stato d’Israele).

Mentre l’Europa, pur se laicizzata, con la Rivoluzione francese ha emancipato (cercando di assimilare) il singolo ebreo, ma non l’ebraismo come popolo o religione, l’America – invece – ha concesso piena libertà (religiosa, sociale e politica) all’ebraismo, e non solo un’emancipazione assimilatrice, per farlo ridiventare una Nazione. Quindi gli Stati Uniti sono all’origine del sionismo (in senso stretto) come idea nazionale e politica e non solo come semplice sentimento o aspirazione religiosa e ideale, che sogna e desidera – romanticamente e velleitariamente – la Patria perduta, come ogni israelita ha fatto sin dal 70 d.C. fino al XX secolo (in senso largo). Gli Stati Uniti rappresentano, perciò, la super-potenza mondiale al servizio (scientificamente organizzato e studiato) della nascita del giudaismo come Nazione.

Come l’America ha fatto lobbing o pressing sull’Europa e la Russia (poi Urss), tra la prima e la seconda guerra mondiale e poi nella cosiddetta ‘guerra fredda’, affinché concedessero pieno riconoscimento al giudaismo come popolo, religione e Nazione; così oggi (con le guerre del Golfo persico 1990-2003) fa pressione sul vicino, medio ed estremo Oriente, affinché lo Stato d’Israele, sia riconosciuto pienamente (sia religiosamente che politicamente). Tuttavia mi pare che quest’ultimo passo (che avrebbe dovuto essere definitivo) non sia riuscito, anzi proprio oggi, nel momento del massimo potere, l’America inizi la parabola discendente (come l’Europa nel 1914). Dal settembre 2001, alla sconfitta della seconda guerra in Iraq (2003), con la battuta d’arresto in Afghanistan e l’attuale situazione creatasi in Siria, Turchia e Libano (2012-2013), l’America si scopre un ‘gigante con i piedi d’argilla’, come tutti gli Imperi mondani che si son succeduti nella storia dell’umanità.

Il sionismo rappresenta l’antidodo e l’alternativa all’intransigenza dottrinale della vecchia Europa. Esso è una sorta d’americanismo puritano-millenarista trapiantato in Palestina. Lo Stato d’Israele non è soltanto un rifugio per gli ebrei (una volta) dottrinalmente discriminati, ma soprattutto una super-potenza militare e nucleare, che esercita una pressione deterrente, non solo psicologica ma anche fisica, contro l’intransigenza teologica antigiudaica che era propria della Cristianità europea.

Il pensiero millenaristico di Gioacchino da Fiore è fondamentale nella genesi del millenarismo giudaico/americano. In piena Cristianità medievale (XII secolo), confessionale e quindi teologicamente discriminatoria nei confronti dei non-cristiani, il gioachimismo proponeva come alternativa una filosofia millenaristica della storia, secondo la quale nella terza èra dello Spirito gli ebrei come elemento primario (oggi si direbbe come ‘fratelli maggiori’) si sarebbero uniti (primeggiando) ai cristiani come elemento secondario (oggi ‘fratelli minori’, minoritari e minorati). Ebrei e cristiani avrebbero, così, formato un’unica società, ‘popolo di Dio’ o ‘chiesa pneumatica’, con il primato ontologico – proprio del giudeo/cristianesimo ebraizzante del II secolo – degli israeliti sui cristiani.

Il gioachimismo è un ecumenismo ante litteram, dato il suo carattere essenzialmente irenico e giudaizzante. Esso è in rottura totale con la Fede cattolica (come notarono subito s. Bernardo di Chiaravalle e s. Tommaso d’Aquino) soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra Nuova e Antica Alleanza (già secondo Gioacchino ‘mai revocata’; Giovanni Paolo II non ha fatto che ripetere nuovamente un errore vecchio quanto il diavolo), inverate dalla terza Alleanza dello Spirito. Inoltre, i discepoli di Gioacchino, tra il XIII e il XV secolo, hanno esplicitato il pensiero del maestro in senso ancor più giudaizzante: l’ebraismo è ancor maggiormente benedetto da Dio nella terza èra, pur restando tale. Da Israele nascerà un secondo ‘messia’ (militante o idea). Roma sarà rimpiazzata da Gerusalemme, che sarà il centro di una nuova ‘fede’ cristiana più spirituale e pura. Il mondo sarà trasformato sotto la guida degli ebrei come Nazione dominante e preponderante (era già scritto nel secolo XIII da pensatori giudaizzanti, senza dover attendere i Protocolli dei Savi di Sion del XIX secolo).

Come si evince, il puritanesimo degli antichi farisei, anti-trinitario ed anti-cristiano (175 a. C. – II secolo d. C.), tramite il gioachimismo medievale (XII-XV secolo), si fonde col protestantesimo puritano americano (XVII-XXI secolo), che giunge a rinnegare la SS. Trinità e la divinità di Cristo. Il puritanismo farisaico gioachimita è il creatore dell’ideale o dello spirito americano. Esso è una specie di talmudismo per i gojim o di protestantesimo calvino-anabattista giudaizzante, fondato sui due dogmi principali: a) della totale libertà dell’uomo (liberalismo libertario, liberista e libertino); b) della supremazia della Nazione eletta: l’America (o ‘nuova Terra Santa’) e la ‘nuovissima Sion’ (o lo Stato d’Israele) sul resto del mondo.

Questo spirito giudaico/americano è – purtroppo – penetrato “come fumo di satana nel Tempio di Dio”, con “il Concilio Vaticano II, epoca d’incertezze” e di “autodemolizione” (come ha detto Paolo VI nel 1968 e 1972 perseverando tuttavia nell’imporre il Concilio. Quindi tali parole non sono un ripensamento, ma la prova-provata che Paolo VI sapeva benissimo cosa fosse in realtà il Vaticano II: ‘incertezza, autodemolizione’, ed ha voluto coscientemente continuare a ‘demolire’ e ‘confondere’. Dicunt sed non faciunt, il rimprovero di Gesù ai farisei, ai Sommi Sacerdoti [Anna/Caifa] e al Sinedrio del suo tempo, si applica analogamente ai Sommi Sacerdoti [Giovanni/Paolo] della ‘chiesa conciliare’. Esso ha un valore non solo teologico (Giovanni Paolo II, Comunione e Liberazione, neo-Catecumenali, Carismatici, Focolarini, Joseph Ratzinger e Francesco I), ma anche politico (le “radici giudaico-cristiane” dell’Europa, di Alleanza Cattolica, Comunione e Liberazione, Giuliano Ferrara, Marcello Pera, Adornato, Baget-Bozzo, Marco Respinti). Proprio questo è il carattere massimamente preoccupante d’oggi: l’alleanza di una falsa religione filantropico/immanentista (il culto dell’uomo) con un potere politico pervertito, che la impone in nome della democrazia, anche con la forza.

Dall’“Antica Alleanza mai revocata” teologica di Giovanni Paolo II, si è passati alla “Magna Europa[4] politica (Usa, GB e Israele) di Marco Respinti, assieme a Giovanni Cantoni, Massimo Introvigne e Antonio Socci.

Infatti, tale potere politico-religioso ci ha gettati nella potenziale (per ora) terza guerra mondiale costante, perpetua ed infinita che non risparmia nessuno, anche gli intoccabili di ieri (Usa, Urss, Cina che ha cento milioni di musulmani in odore di rivolta, come scriveva il Corriere della Sera il 30 agosto 2005), oltre che la vecchia Europa (già ben abituata alle bombe degli ‘Alleati’), voluta dai bu-sharon-isti (ieri trozkisti e oggi teo/conservatori) ed è respinta, però, dal mondo arabo che non cede ma contrattacca. Il cristianesimo odierno, annacquato e post-conciliare, si trova, così, in una situazione paragonabile a quella del “vaso di coccio, tra due vasi di ferro” (Islàm e giudeo-americanismo), dalla quale solo Dio lo potrà liberare. Inoltre, il paradosso è che oggi si combatta non teologicamente l’Islàm, ma politicamente il mondo arabo non integralista (v. Egitto, Tunisia, Libia e Siria), che in sé non presenta gravi problemi, anzi ha molte ragioni dalla sua.

Non mi sembra che l’alternativa al pericolo della modernità (ad intra) e dell’islamismo (ad extra) sia la ‘Rivoluzione conservatrice’ anglo-americana (teorizzata da Burke-1790/Kirk-1953), come vorrebbe Marco Respinti[5]. Infatti, Edmund Burke (1729-1797), ripreso da Russel Kirk (1918-1994), riteneva che la Rivoluzione francese (progressista) fosse essenzialmente diversa dalla seconda Rivoluzione inglese (del 1688) e da quella americana (o guerra d’Indipendenza 1776-1783), che invece erano tradizionali e conservative. Secondo tale linea di pensiero, gli Usa continuerebbero il retaggio classico (greco-romano) e cristiano-medievale[6], l’America sarebbe, così, l’inveramento della Cristianità europea e rappresenterebbe una sorta di pre/modernità o pre/illuminismo, in quanto non coscientemente illuminista[7]. Tale corrente di pensiero (Movimento Conservatore americano, di matrice kirk/iana) è venuta prepotentemente alla ribalta nel 1980 con l’amministrazione Ronald Reagan, specialmente nella sua ala ‘neo-con’ e neo-liberista[8], continuata da George Bush padre e da Gorge W. Bush (figlio). Russel Kirk, secondo Respinti, “ci offre l’immagine di un’America che difende i valori della tradizione classica e cristiana, secondo i veri princìpi sostenuti dai padri Fondatori della sua nazione”[9]. (Un altro discepolo culturale di Kirk è Friedrich von Hayek[10], che distingue nettamente il liberalismo buono anglo-americano, poiché conservatore, da quello europeo cattivo, perché progressista e razionalista. Altri pensatori discepoli spirituali di Burke e ‘confratelli’ di Kirk sono Carlo Popper e Michael Novak). Lo stesso Kirk spiega che la Rivoluzione francese fu una Rivoluzione totale, mentre quella anglo-americana fu una Rivoluzione difensiva, non aggressiva; anzi la Rivoluzioni inglese ed americana hanno impedito lo scoppio di rivoluzioni più cruente e radicali nel loro suolo, proprio perché  essenzialmente conservatrici. Kirk (in occasione di tre conferenze tenute nel 1989 in Italia, e riportate nel libretto succitato a cura di Marco Respinti) definisce la Guerra d’Indipendenza americana come ‘Rivoluzione impedita’ o ‘non fatta’, poiché ha difeso i diritti consuetudinari (o le “tradizioni”) della gloriosa Rivoluzione inglese del 1688 ed ha impedito il nascere di un radicalismo rivoluzionario simile a quello francese[11]. Anzi, Kirk afferma che mentre la Rivoluzione francese fu fatta in odio al cristianesimo, quella americana fu fatta con spirito di “forte attaccamento… alle Chiese e ai principi morali cristiani”[12]. Infatti, spiega il Kirk “in America, nessun colpo venne inflitto contro la fede cristiana. Degli uomini  che firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza, la vasta maggioranza era composta da cristiani praticanti, dell’una o dell’altra denominazione”[13]. Il Nostro esalta “il rigido Calvinismo di Jonathan Edwards”[14], un ministro congregazionalista del Massachusetts, che difese la dottrina strettamente calvinista sul peccato originale e la fede fiduciale, poiché “insegnava la pravità della natura umana”[15]. Infine i coloni americani vengono difesi da Burke e quindi Kirk poiché “sostennero di resistere a innovazioni pericolose da parte di re Giorgio III d’Inghilterra”[16].

Qual è la religione di George W. Bush? Molti lo presentano come il nuovo Carlo Magno, o addirittura un san Luigi IX redivivo. La realtà è un tantino diversa. MAURIZIO MOLINARI, nel suo George W. Bush e la missione americana, (Bari, Laterza, 2004) spiega che la “compassione” o religiosità sentimentale del presidente americano è “un’eredità dei Pellegrini che giunsero nel Nuovo Mondo fuggendo dalla Vecchia Europa” (p. 37). Questa idea di “compassione è proprio ciò che distingue l’illuminismo inglese da quello francese, dove invece l’accento è posto sulla Ragione e sulla separazione assoluta tra Stato e Religione” (p. 40). Infatti l’illuminismo anglo-americano insiste sui sentimenti o l’esperienza, mentre quello francese è razionalista; il primo è per la separazione tra Chiesa cattolica e religione (ove la Chiesa romana non è la vera religione), ma non tra Stato e religiosità (ossia lo Stato americano è fondamentalmente permeato di una vaga religiosità compatibile con la secolarizzazione), mentre il secondo nega e scinde la religione dallo Stato. Quindi la religiosità americana e neo-conservatrice è incompatibile con il Diritto Pubblico Ecclesiastico o la filosofia politica cattolico-romana. Inoltre, Bush jr. è influenzato ideologicamente dai neoconservatori, che si distinguono “per posizioni in gran parte trotzkiste. Si tratta di figli di emigrati ebrei dall’Europa dell’Est (…), ostili all’Urss di Stalin (che aveva fatto assassinare Trotzkji) […]. L’espressione neoconservatore si trasforma presto in quella degli alfieri della Guerra Fredda (…) a favore della linea dura con l’Urss [stalinista e anti-trotzkista]” (p. 46). Dal punto di vista ecclesiologico, Bush “è metodista”, ma “in termini teologici, potrebbe essere definito un ‘pietista’, in quanto considera la religione più una questione di cuore che di intelletto: ma, comunque si voglia definire la sua fede, questa comporta un rapporto diretto tra credente e Dio, non prevede preti o altre figure di intermediari” (p. 164). I suoi maestri spirituali sono “i padri fondatori del conservatorismo compassionevole (…), a fianco dell’eredità dei padri fondatori…, ci sono i filosofi delle libertà personali, John Locke per la politica e Adam Smith per l’economia” (p. 171).

In breve, Bush si rifà al protestantesimo sentimentale e antiromano, al liberalismo deista inglese di Locke, al liberismo “a[nti]-sociale” di Smith, e il suo anticomunismo (o meglio della “sua” amministrazione) è, in realtà, pilotato dai trotzkisti, in funzione antisovietica, per esportare la rivoluzione o il caos permanente nel mondo intero (piuttosto che instaurare la dittatura del proletariato in una ‘nazione guida’), proprio come sta avvenendo in Medio Oriente. Come si vede le sue origini teologiche, economiche, politiche e filosofiche sono incompatibili con la sana filosofia realista dell’essere, con la dottrina sociale della Chiesa, con il dogma cattolico. Egli anche ove sembra ‘materialmente’ buono (anticomunismo) è ‘formalmente’ perverso (filo trotzkismo). Dunque non mi sembra lecito presentarlo come l’antemurale della civiltà cristiana o europea, né dal punto di vista teologico (di ordine soprannaturale), né da quello filosofico-economico-politico (di ordine naturale).

Pio XII[17] al contrario di Burke, Kirk e neoconservatori attuali, aveva capito molto bene quest’opposizione irreconciliabile tra spirito (non è una questione di razza ma d’idee) liberal/americanista e cattolicesimo; tra comunismo (trotzkista o stalinista, sostanzialmente eguali, accidentalmente diversi) e cristianesimo. Infatti, dopo aver scomunicato il comunismo ateo e materialista nel 1949, essersi schierato apertamente contro il pericolo di una giunta social/comunista a Roma nel 1952 ed aver allontanato da sé Alcide De Gasperi, per non aver voluto allearsi (come gli aveva chiesto) con le destre contro la sinistra, e poi anche monsignor Montini, troppo vicino alla mentalità laicista e democristiana di De Gasperi, papa Pacelli condanna l’altro errore opposto al collettivismo totalitarista del comunismo, ossia l’individualismo liberale-libertario e consumista dell’occidente americanizzato, definito da Pacelli ‘puro automatismo’ e solo esteriormente o apparentemente ‘mondo libero’, mentre realmente e interiormente rende l’uomo ‘schiavo’ della moda, del benessere, del peccato e dell’amoralità relativista.

Pio XII non ha simpatizzato col Patto Atlantico (nel 1950, in occasione della guerra contro la Corea), attirandosi le ire di Roosvelt.

All’inizio degli anni Cinquanta, Pacelli lancia la Chiesa alla conquista attiva della società civile (eleggendo a suo modello s. Gregorio VII, Innocenzo III e beatificando Innocenzo XI che aveva contribuito a fermare nel Seicento i turchi a Vienna, salvando così l’Europa intera e canonizzando poi Pio X il Papa anti-modernista), ammaestrando positivamente il mondo; è l’epoca dei grandi raduni di massa, con le ‘consegne ai militanti’, nei quali milioni di persone vanno “a Roma a vedere Pietro”, organizzati dal professor Luigi Gedda e da padre Lombardi. Pacelli invita i fedeli a risvegliarsi dalla letargia spirituale che li ha avviluppati e a dedicarsi, anima e corpo, all’apostolato militante. Nel 1950 proclama il dogma dell’Assunzione di Maria in cielo, vedendo e proponendo la Madonna come ultimo rifugio, prima dell’inevitabile castigo, se l’umanità non si scuoterà dal letargo. Nel 1951 proclama la ‘crociata della purezza’ (in un mondo che scivolava verso l’amoralità e l’impudicizia) e canonizza Maria Goretti come martire della castità, proponendola come modello al mondo e specialmente alla gioventù. Nel 1954 indice l’anno mariano, anno di preghiera e penitenza (che non ha nulla a che vedere con le odierne ‘giornate della gioventù’, molto più simili – purtroppo, ma è la realtà e ‘contro il fatto non vale l’argomento’ – ai baccanali pagani, ricolmi di musiche sfrenate afro/americane, orge e droghe). Ogni mese Pio XII riceve e invita a raccolta tutti i ceti sociali: le famose categorie di ‘arti e mestieri’che erano ancora il nerbo dell’Italia (non ancora americanizzata) del risparmio, dell’austerità, della morigeratezza, della frugalità e della fede, nel dopo-guerra; spronandoli ad impregnare se stessi, la propria famiglia, la loro categoria e quindi la società di spirito cristiano per realizzare il regno sociale di Gesù Cristo. Pio XII cura il rapporto serio e non istrionico con le masse, è il Papa degli immensi raduni e non degli show o peggio ancora delle mascherate, sceglie con accortezza e serietà i mezzi di comunicazione di massa per far giungere a tutti il Vangelo, non edulcorato, annacquato o travestito e deformato in vago filantropismo carnevalesco.

Purtroppo Pio XII si accorge nel 1954-55 che il mondo (passato lo smarrimento e la riflessione dei primi anni del dopo-guerra) non vuole ascoltare più la voce della Chiesa, oramai è scivolato nel consumismo, conformismo e relativismo occidentale (l’altro errore del dopo-guerra specularmente ma non egualmente, o nello stesso grado di malizia, opposto all’orrore del comunismo ‘intrinsecamente perverso’; così come prima della guerra, era stato condannato il nazional-socialismo tedesco, che non aveva abolito la religione imponendo l’ateismo di Stato, la famiglia e la proprietà privata, come invece aveva fatto il bolscevismo comunista). La città del benessere dell’uomo occidentale e americanizzato, è oramai più seducente di quella di Dio, che Pacelli si era sforzato di edificare positivamente ed attivamente (dal 1945 al 1954) sul mondo devastato materialmente e spiritualmente dal secondo conflitto mondiale. Purtroppo il consumismo e l’edonismo soppiantano l’austerità e la semplicità del cattolicesimo romano, il mondo non vuol ascoltare né tanto meno mettere in pratica i consigli della ‘voce del Pastore’, allora Pacelli si ritira (dal 1955) sino alla sua morte (1958) nel silenzio, nella preghiera e penitenza, continua sempre ad ammonire affinché il mondo eviti il pericolo imminente della catastrofe, ma ha capito che oramai esso “non vuole che Cristo regni su di lui”; si vede Pio XII in fotografia con gli agnellini, i passerotti che volano e si posano sulla sua mano, come s. Francesco che parlava agli animali quando gli uomini non volevano ascoltarlo, limitandosi e cercando sempre di dare la testimonianza di una vita retta; si accontentava di camminare per le strade delle città, in silente preghiera, col suo saio che predicava implicitamente povertà, castità ed umiltà. Il Papa è ‘spaesato’ in questo mondo del benessere e del consumismo e capisce perfettamente che esso corre verso la perdizione (massa damnata quae ruit in perditionem). Gli appare il Sacro Cuore (1954), vede il miracolo del sole (1950) che si era avverato a Fatima nel 1917 e chiede a Gesù: Jube me venire ad Te! L’ultima sua Enciclica[18], sarà una cupa ma realistica visione o meglio profezia (di sventura) apocalittica sulla Chiesa nel mondo, viandante e pellegrina nella notte spirituale tra le ombre della morte delle anime. L’umanità relativista e edonista non ha oramai più le forze per sollevare la pietra tombale che ha fabbricato con le sue mani e si è posta sul capo.

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d. Curzio Nitoglia

 8/7/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/07/08/513/



[1]) Il quale – come sostanza – è un popolo che – accidentalmente – può avere o meno una ‘fede’ o meglio ‘credenza umana’. Perciò esso ha potuto mantenere ‘sostanzialmente’ e intrinsecamente, la sua ‘unità’ etnica o razziale, pur ammettendo una ‘conciliabilità accidentale’ estrinseca a se stesso col mondo moderno e specialmente col puritanesimo liberale americano, senza contaminare la sua sostanza o unità razziale. Occorre capire che la sostanza dell’ebraismo post-biblico è la razza o il popolo mentre la religiosità è qualcosa di accidentale che può anche non essere presente.

[2] L’Omicidio Rituale del Padre Tommaso da Calangiano cappuccino.

[3] Gli altri due elementi componenti la cultura americanista, oltre il Protestantesimo (condannato da Leone X, Bolla Exurge Domine, 1520 e dal Concilio Tridentino dal 1545 al 1563, DS 1498-1850), sono la Massoneria e il Liberal/liberismo. Nessuno di questi quattro (Giudaismo talmudico, Luteranesimo, Massoneria e Liberalismo/liberista) è compatibile con la dottrina cattolica, che ha condannato: 1°) il “Liberalismo” (v. Gregorio XVI, Enciclica Mirari vos, 1832; Pio IX, Enciclica Quanta cura con l’annesso Sillabo, 1864; Leone XIII, Enciclica Immortale Dei, 1885 e  Libertas, 1888), 2°) il “Liberismo” (v. Leone XIII, Enciclica Rerum novarum, 1891; v. Pio XI, Enciclica Quadragesimo anno, 1931), 3°) la “Massoneria” (da Clemente XII, Enciclica In eminenti, 1738 sino alla Lettera della Conferenza Episcopale Tedesca del 1983, v. specialmente Leone XIII, Enciclica Humanum genus, 1884), e 4°) il “Giudaismo talmudico” (da papa Innocenzo IV, Epistola al Re di Francia Ludovico IX del 1244, sino a papa Clemente XI, Lettera Prapagandae del 1704).

[4] Cfr. THOMAS E. WOODS jr., Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d’America, Crotone, 2009. Questo libro divulgato da ‘Alleanza Cattolica’ vorrebbe far credere che l’Europa confini tramite l’Atlantico con l’America del nord più che geograficamente: geopoliticamente, culturalmente e spiritualmente. Il Mare Nostrum non è più il Mediterraneo, la cultura nostra non è più quella del Medio e Vicino Oriente, della Grecia e di Roma antica, ma è quella del catto-liberalismo e del neoconservatorismo della Rivoluzione americana.  Invece, come abbiamo visto sopra, la Chiesa ha condannato le componenti essenziali della cultura americanista: Giudaismo/talmudico, Luteranesimo/puritano, Massoneria e Liberalismo/liberista. Non si vede, perciò, come voglia conciliare Cattolicesimo e Americanismo nella “Magna Europa” che non è un ente reale ma un ente di ragione, il quale esiste solo nel cervello dei teoconservatori e non nella realtà.

[5] ) M. RESPINTI (a cura di), Russel Kirk. Stati Uniti e Francia: due Rivoluzioni a confronto, Bergamo, Edizioni Centro Grafico Stampa, 1995.

Edmund Burke nacque a Dublino il 12 gennaio 1729, fu anglicano come il padre, mentre la madre era cattolica. Come uomo politico apparteneva alla corrente whig del liberalismo inglese, “nutrito di tradizione lockiana”, sostenne nel 1790 la differenza abissale tra Rivoluzione francese e inglese: “quella del 1688 [era] così giustificata e così legittima (…), tutta sulla linea delle libertà inglesi e del protestantesimo [tradizional-conservatore anglicano] e quella del 1789, effettivamente sovversiva, scopertamente iconoclasta e atea” (J. J. CHEVALIER, Storia del pensiero politico, vol. 3, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 61). Lo Chevalier spiega che la critica burkeiana alla Rivoluzione francese “ non voleva sconfessare il suo liberalismo whig” (Ibidem, p. 63). Egli “era sì un liberale, ma all’inglese”, ossia moderato e conservatore (Ivi). Tuttavia la sua dottrina politica, pur criticando giustamente l’astrattezza del razionalismo illuminista francese, che riponeva eccessiva fiducia nella ragiona umana, era debitore di una filosofia empirista e sensista inglese, la quale svalutava eccessivamente le capacità dell’intelletto umano, riducendolo a pura conoscenza sensibile e non razionale o metafisica. Tale concezione era debitrice del pensiero protestante classico luterano, il quale asseriva che l’ anima umana (soprattutto l’intelletto e la volontà) fosse corrotta totalmente dal peccato originale e quindi incapace di conoscere razionalmente la sostanza delle cose e di volere liberamente. Onde, se Burke è valido nella critica del 1789,  tuttavia i suoi principi filosofici non sono compatibili con la retta ragione né con la fede rivelata. Lo Chevalier spiega che Burke aveva “l’orrore per … la  metafisica; il risvolto… era la passione per il concreto” (Ivi). Anzi “sentimenti, affetti, passioni, signoreggiano sull’animo umano e ne orientano anche gli interessi; di fatto l’uomo a questi obbedisce più che alla sua volontà cosciente e orientata dalla ragione” (Ibidem, p. 64). Questa è la filosofia sensista antimetafisica, anti-platonica e anti aristotelico-tomistica e quindi, in contraddizione con lo spirito classico greco-romano e con la filosofia realistica e dell’essere, sia patristica che scolastica. Onde Burke, speculativamente, rappresenta la modernità contro la metafisica, anche se politicamente ha criticato – da buon moderato liberal-conservatore – gli aspetti razionalisti, atei e progressisti del 1789. Nulla di più. Quindi, mi sembra impossibile prenderlo a modello per la restaurazione della civiltà classica e medievale, la quale “è già esistita e non è da inventare, ma da restaurare e instaurare, contro gli assalti dell’empietà” (s. Pio X). Leone XIII, quando ha lanciato la lotta culturale (Aeterni Patris, 1879) per la riconquista della società secolarizzata, ha detto: “Ite ad Thomam”, non ci ha indirizzati alla gloriosa Rivoluzione del 1688, né tantomeno a Burke, che è l’antitesi – per difetto – del tomismo, come il razionalismo francese ne è la contraddizione per eccesso. Se si vuole restaurare la civiltà europea e cristiana, si deve prendere la giusta via, che ci porta al traguardo e si erge in medio et cùlmine tra due false strade, l’empirismo e il razionalismo, le quali non portano al termine, poiché sbandano o deviano l’una ‘troppo poco’ e l’altra  ‘esageratemente troppo’, mancando in ogni caso l’obiettivo o il fine.

Inoltre, il (tanto encomiato) liberalismo whig di Burke non  è poi proprio così ideale. Infatti uno storico ‘filo-occidentale’, Roberto De Mattei (assieme a M. Viglione e F. Nistri) scrive: “Parola di storico: WHIG E TORY. I nomi di entrambi i più antichi partiti britannici furono coniati quando Giacomo II stava per salire al trono [circa 40 anni prima che nascesse Burke]. Coloro che volevano impedirglielo, perché era cattolico, furono chiamati whigs. Vocabolo con cui, in un primo tempo, si indicavano i ladri di cavalli e poi i calvinisti scozzesi. I fautori di Giacomo II, invece furono chiamato tories (plurale di tory), termine che in un primo tempo indicava i cattolici fuorilegge” (Alle radici del domani, vol 2, Milano, AGEDI, 2004, p. 213). Anche il professor Domenico Fisichella, che non è un ‘anti-occidentale’, scrive che “Burke tende invece a contrapporre  la riforma alla rivoluzione, proponendo la prima come pratica per evitare la seconda (…). Burke è dunque alle origini di una visione ‘liberale’ e ‘riformista’ della destra” (AA. VV., Il pensiero politico. Idee, teorie, dottrine, Torino, Utet, 1999, vol. III/1, p. 121).

Russel Kirk nacque il 19 ottobre 1918 in America. Nel 1964, superando lo stoicismo al quale aveva aderito, si convertì al cattolicesimo. E’ considerato il caposcuola del Movimento Conservatore Burkiano americano del dopoguerra. Nel 1953 lancia la crociata della ‘Rivoluzione conservatrice’ burkiana, muore il 29 aprile del 1994.

[6] ) Ibidem, p. 4.

Invece la storia insegna che la prima Rivoluzione inglese terminò con il regicidio (nel 1649) di Carlo I Stuart (anglicano e conservatore) da parte di Cromwell (puritano e progressista) e del Parlamento che già allora opponeva al re le libertà o tradizioni concesse agli inglesi (sin dal medioevo) dalla Magna Charta. Cromwell instaurò una dittatura repubblicana che finì due anni dopo la sua morte, nel 1660, quando la monarchia fu restaurata,dal Parlamento, con Carlo II Stuart, cattolico ma tollerante verso i protestanti. Quando, però, gli succedette suo fratello Giacomo II, cattolico intransigente (anche se assolutista), il Parlamento inglese, deciso a difendere la religione anglicana, gli si rivoltò e nacque così (1688) la seconda o “gloriosa Rivoluzione inglese” (per distinguerla dalla prima che era terminata ‘ingloriosamente’ con un regicidio), che si concluse con la sconfitta dei cattolici e l’ascesa al trono, nel 1689, di Guglielmo III d’Orange, il quale emanò un atto di tolleranza per tutte le confessioni cristiane tranne i cattolici-romani. Quindi, la seconda rivoluzione inglese fu anti-cattolica e filo-anglicana; anche se non regicida, né puritana (come la prima). Pertanto non mi sembra che possa essere chiamata “gloriosa”, come vorrebbero Burke, Kirk e voglio sperare non Respinti.

Quanto alla Rivoluzione americana, uno storico non sospetto di anti-occidentalismo, quale Roberto De Mattei (assieme a Massimo Viglione e Federico Nistri), scrive: “Il nuovo re d’Inghilterra, Giorgio III e il governo inglese, che nel corso del conflitto [Guerra dei Sette Anni]…, volevano aumentare le tasse per ripianare il deficit del bilancio (…).  Inoltre non volevano  che i coloni occupassero le terre in cui erano stanziati  gli abitanti nativi dell’America settentrionale, detti indiani d’America o pellerossa (…). I contrasti tra coloni e madrepatria affiorarono quasi subito. I coloni consideravano la possibilità di espandersi verso l’Ovest (…) e non accettavano l’idea di dover pagare nuovi e più pesanti dazi doganali (…). Ben pochi pensavano, però, alla possibilità di un distacco dalla madrepatria: la maggior parte dei coloni (…) si appellava ai principi costituzionali che avevano ispirato la rivoluzione inglese del 1688, chiamata “gloriosa rivoluzione” perché avvenuta senza spargimento di sangue, a differenza di quella di Cromwell (…). Quando Giorgio III respinse le richieste, i coloni decisero di organizzarsi militarmente, affidando a Giorgio Washington (…), l’incarico di riunire le milizie (…). Nel 1776 re Giorgio III dichiarava ufficialmente ribelli i coloni, che a loro volta approvavano il 4 luglio di quell’anno la Dichiarazione d’Indipendenza (…) Con la Pace di Versailles, del 1783, l’Inghilterra era costretta a riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti” (Alle radici del domani, vol. 2, Milano, AGEDI, 2004, pp. 300-303).

[7] ) Ivi, p. 5. In realtà esiste l’Illuminismo inglese, anche se fu meno radicale di quello francese, tuttavia esso presenta tutte le caratteristiche del pensiero moderno antimetafisico e anticattolico. Esso si distingue dall’Illuminismo razionalista francese (errore per eccesso, che esalta esageratamente le capacità della ragione umana), poiché empirista o sensista, ma questo è l’errore per difetto che sminuisce le capacità dell’anima umana e la abbassa al livello dei bruti. Ora, ‘un errore non si corregge con un altro errore’, anche se meno radicale; ‘ogni difetto è un eccesso’ e viceversa. La filosofia empirista inglese è anti-metafisica, quindi è contro il pensiero classico greco-romano. Inoltre è protestante (anglicana anche se non sempre puritana) e perciò, storicamente post-medievale, mentre teologicamente è contraria alla vera Chiesa di Cristo fondata su Pietro e i suoi successori (i Papi).

[8] ) Ibidem, p. 10.

[9] ) Ivi. I quali erano calvinisti, anti-anglicani e ferocemente anti-cattolici, con forti tendenze antitrinitarie, più vicini al giudaismo talmudico che al Vangelo. Onde non si può dire che essi difendessero la tradizione classica cristiana; dacché una sola è la Chiesa fondata da Cristo ed è quella Cattolica apostolica e romana.

[10] ) Friedrich August von Hayek (Vienna 1899-Friburgo [Germania] 1992), economista austriaco, discepolo di  Ludwig von Mises (Leopoli 1881-New York 1973), intransigente paladino del puro e duro liberismo economico, avverso ad ogni forma di intervento statale, vicino ai filosofi del Circolo di Vienna. Negli anni Trenta Hayek entra in contrasto con l’inglese John Maynard Keynes (Cambridge 1883-Firle Beacon [Sussex] 1946), il quale – per risollevare l’economia anglo-americana dalla depressione del 1926/1929 – teorizzò, con successo, (in La fine del ‘Laissez- faire’, 1926) un certo intervento dello Stato in materia economica, mentre il liberismo puro del Circolo di Vienna (e specialmente di Hayek) escludeva ogni azione dello Sato in economia. Hayek, che da giovane era stato socialista, fu poi influenzato da Carlo Raimondo Popper (Vienna 1902-1996), un filosofo neo-kantiano, gneoseologicamente agnostico e scettico, fondamentalmente antimetafisico (la filosofia dell’essere di Platone e Aristotele avrebbe, secondo lui, arrestato la conoscenza scientifica). Egli nega ogni valore all’induzione, è il padre del ‘fallibilismo’o pensiero debole, che è incapace di cogliere l’essenza delle cose e, quindi, per risolvere i problemi deve ricorrere alla ‘immaginazione creatrice’. Popper ha esercitato un grande fascino sulla società e la politica americana degli anni Ottanta tramite la sua dottrina della ‘Società aperta’, tollerante e democratica con tutti, tranne che con i governi autoritari che vanno abbattuti, per esportare la democrazia (l’altro ieri l’Impero Austro-ungarico, ieri i fascismi europei, oggi il nazionalismo arabo/islamista del  vicino, medio, lontano, Oriente: Egitto-Palestina-Siria, Iraq-Iran, Afghanistan). Ancor oggi la sua influenza è notevole sull’amministrazione americana e sul neo-conservatorismo tramite Michael Novak (1931), un economista e politico americano, che tenta di far da ponte tra i ‘neo-con’ statunitensi e l’Europa, con uno sguardo speciale al Vaticano, essendo stato, da giovane, seminarista a Roma e confratello dell’attuale cardinale vicario di Roma, Camillo Ruini.

Questa scuola di pensiero filosofico-economico e politico, (che parte da Burke e, passando tra Kirk, Mises, Hayek e Popper, arriva a Novak) tenta di conciliare: a) la morale autonoma (= soggettiva) kantiana e il liberalismo classico (= valore assoluto della libertà come fine) con la morale cattolica, che è invece oggettiva (non relativa al soggetto umano, ma fondata nella natura come Dio l’ha creata) e ritiene la libertà non un assoluto (o un fine), ma un mezzo per cogliere il Bene sommo (che è l’unico vero fine); b) il liberismo economico (o il libero-mercato senza intervento dello Stato) con la dottrina sociale cattolica, la quale ripudia l’astensionismo dello Stato in materia economica, poiché l’uomo è per natura un animale socievole. Perciò forma una famiglia  e tende ad unirsi ad altre famiglie, per formare una ‘Città’ o società civile perfetta nell’ordine temporale-materiale, la quale può dare alla famiglia (società naturale imperfetta) ciò che da sé stessa non riuscirebbe ad ottenere, ossia tutti i mezzi (educazione, istruzione, sanità, difesa pubblica…),  per cogliere il suo fine naturale (benessere comune temporale), subordinatamente a quello spirituale.

Infine Novak (non essendo riuscito a ‘conciliar l’inconciliabile’, ossia liberalismo e cattolicesimo) tenta di attirare l’Europa e il Vaticano nell’orbita degli Usa, con lo spauracchio dell’islamo [o meglio, arabo]-fascismo (Novak, La Stampa, 18. XI. 2005), dacché egli e la sua scuola neo o teo-conservatrice non avversano (teologicamente) l’unitarismo islamico, simile a quello congregazionalista americano, ma (geo-politicamente) combattono – popperianamente – soprattutto il nazionalismo arabo (come governo autoritario), sia per una questione economica (petrolio), sia per una ideologica (esportazione della democrazia in Vicino e Medio Oriente). Onde la loro (di Novak e scuola) parola d’ordine odierna, paradossalmente, ricalca proprio quella fascista,  che si è combattuta ieri (Navigare necesse est) e la cambia in Laicizzare necesse est, oppure Non è necessario vivere, ma è necessario democraticizzare! Penso che anche questo tentativo sia, in sé, infruttuoso, poiché – secondo la dottrina cattolica e la filosofia perenne – la democrazia moderna-americana, non è l’unica forma di governo, da esportare anche con la spada, ma la corruzione dell’ultima e più bassa delle tre forme legittime (monarchia, aristocrazia e politia).

[11] ) Ivi, pp. 13-15. Ora, tale consuetudini erano rivendicate già nel 1649 (con buona pace di Burke), dalla prima Rivoluzione inglese di Cromwell, terminata col regicidio. Quindi, l’unica differenza sostanziale tra le due rivoluzioni inglesi è che la prima fu regicida e la seconda no.

[12] ) Ibidem, p. 15. Certamente non per amore del Papato, visto come l’anticristo, dai coloni americani. Né dell’unica Chiesa di Cristo che è fondata su Pietro.

[13] ) Ibidem, p. 16. Ossia, molti calvinisti, pochi anglicani e niente cattolici.

[14] ) Ib., p. 17

[15] ) Ivi. La dottrina cattolica è essenzialmente diversa da quella di Edwards. Infatti il peccato originale ha ferito l’uomo ma non ha distrutto intrinsecamente la sua natura intelligente e libera, come invece ha insegnato Lutero seguìto e radicalizzato da Calvino, secondo i quali l’uomo non è più libero né responsabile dei suoi atti, onde può anche peccare purché mantenga la ‘fiducia’ di salvarsi senza merito, il che per la Chiesa romana è un peccato contro lo Spirito Santo o impenitenza finale.

[16]Ib., p. 18. Mi sembra che il re inglese (Giorgio III) avesse – oggettivamente – ragione a non volere che i coloni americani invadessero (e poi sterminassero, come accaduto, i pellerossa) ed aveva tutto il diritto ad aumentare le tasse per pareggiare il deficit  prodotto dalla guerra in Canada contro la Francia. Inoltre il Parlamento inglese si rivoltò contro il re Giacomo II poiché cattolico e non perché innovatore, quindi la seconda rivoluzione inglese, anche se non fu puritana o calvinista come la prima, fu certamente anglicana ed anti-romana.

Cfr. anche: R. KIRK, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, a cura di M. RESPINTI,  Milano, Mondatori, 1996; E. BURKE, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, a cura di M. RESPINTI, Roma, Ideazione, 1998; F. VON HAYEK, Liberalismo, Roma, Ideazione, 1996; ID., Perché sono un conservatore, Roma, Ideazione, 1997; K. R. POPPER, La società aperta e i suoi nemici, 2 voll., Roma, Armando, 1977.

[17] ) R. Serrou, Pie XII. Le pape-roi, Parigi, Perrin, 1992 ; A. Chélini, L’Eglise sous Pie XII. L’après-guerre 1945-1958, II vol., Parigi, Fayard, 1989 ; G. SALE, De Gasperi, gli USA e il Vaticano all’inizio della guerra fredda, Milano, Jaca Book, 2005.

[18] ) Meminisse Juvat 14 luglio 1958. In essa leggiamo: “Nuovi pericoli minacciano la Chiesa e il popolo cristiano. (…) Al momento presente non regna ancora la giusta pace (…), le spaventose armi, scoperte ora dall’ingegno umano, sono di sì immane potenza da travolgere nell’universale sterminio non solo i vinti, ma altresì i vincitori e l’umanità intera. (…) È necessario tornare ai precetti del cristianesimo. (… ) Folle di cittadini, sono attratte con facilità da errori ampiamente divulgati; le lusinghe e gli incentivi al vizio… per mezzo di pubblicazioni…, di spettacoli cinematografici e televisivi, corrompono specialmente l’incauta gioventù. (…) Si tenta di far avverare il detto Percoterò il Pastore e il gregge si scompiglierà. (…) Non v’è dubbio che la società cristiana, deve essere martoriata nei secoli da persecuzioni, contrasti, calunnie …, ma è egualmente certo che essa, alla fin fine, come Cristo, trionfò, riporterà su tutti i nemici una pacifica vittoria (…). Nessuno di voi diventi disertore (…) occorre la riforma cristiana dei costumi, senza la quale le nostre preghiere sono vane voci”. (Tutte le Encicliche e i principali Documenti Pontifici emanati dal 1740, a cura di U. Bellocchi, volume XII: Pio XII (1939-1958) – Parte seconda: 1950-1958, Città del Vaticano, LEV, 2004, pp. 496-503).

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