IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 18a Tesi (l’oggetto della conoscenza umana)

Santommaso20130923

IL SILLABO TOMISTA

Commento alle XXIV Tesi del tomismo

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Diciottesima tesi del tomismo

L’oggetto della conoscenza umana

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“L’intelligibilità deriva dall’immaterialità. L’oggetto adeguato dell’intellezione umana è l’ente in generale; invece l’oggetto proprio nello stato presente di unione tra anima e corpo sono le essenze intelligibili astratte dalle cose sensibili”.

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L’Angelico ci spiega che nella conoscenza umana l’intelligibilità (o capacità di conoscere razionalmente) dipende dall’immaterialità (o indipendenza soggettiva dalla materia), vale a dire dal fatto che l’intelletto non è situato e non si trova o risiede in un organo materiale, ma dipende, nel presente stato della natura umana composta di anima e corpo, dalla materia solo oggettivamente; cioè in quanto l’intelligenza si serve del corpo come di un oggetto dal quale astrae psicologicamente o logicamente le idee o concetti universali e razionali a partire dalle immagini sensibili. “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”. L’intelletto è la facoltà della conoscenza umana che “intus legit” (legge dentro) le cose sensibili e penetra la loro essenza intelligibile.
Inoltre conoscere, per Aristotele e San Tommaso, significa “ricevere la forma dell’oggetto conosciuto psicologicamente e non fisicamente, ossia mantenendo la nostra forma, come immagine o idea rappresentativa della cosa conosciuta” (“habere formam alterius rei cognitae in quantum alterius rei, psicologice seu obiective, in se ipso”; “fieri raepresentative aliud in quantum aliud”; “objectum cognitum est in cognoscente”). Per esempio se il vino riceve la forma di aceto, perde, per corruzione sostanziale, la sua vecchia forma di vino ed acquisisce fisicamente la nuova forma sostanziale di aceto (“corruptio unius generatio alterius”). Invece nella conoscenza l’uomo non riceve in sé fisicamente la forma dell’albero che sta conoscendo altrimenti perderebbe la sua forma umana e perciò dovrebbe cessar di essere uomo e diventare un albero. Invece “fit aliud in quantum aliud”, ossia riceve la sola immagine o idea dell’oggetto che resta “aliud” (altro) dal soggetto conoscente, il quale resta se stesso e “aliud” o altro dall’oggetto conosciuto. Quindi l’uomo, quando conosce, riceve la forma dell’oggetto conosciuto psicologicamente o logicamente nel suo intelletto (se si tratta di conoscenza razionale) o nei suoi sensi (se si tratta di conoscenza sensibile), pur mantenendo la sua forma di uomo ed acquistando in più la forma dell’altro oggetto conosciuto in quanto altro (“fit aliud in quantum aliud raepresentative”), che resta albero e non fa perdere all’uomo la sua forma di animale razionale. Questa è la  natura dell’immaterialità, ossia il restare se stessi e nello stesso tempo acquistare l’immagine o idea dell’oggetto conosciuto coi sensi o coll’intelletto.
Dunque anche nella conoscenza sensibile, che si chiama ‘percezione’ (se si tratta di sensi interni, per esempio la memoria o la fantasia) o ‘sensazione’ (se si tratta di organi esterni, ad esempio la vista, il tatto, l’udito eccetera), vi è una certa minima immaterialità, che tuttavia è sempre legata alla sensibilità (che non è pura materialità come quella del minerale o del vegetale) ed è perciò inferiore a quella della conoscenza intellettuale, la quale ha come oggetto diretto le idee razionali o i concetti astratti, universali e spirituali o logici e non le immagini sensibili.

Inoltre l’intelligenza si trova soggettivamente o è situata (“subjectata”) nell’anima spirituale, pur servendosi oggettivamente di immagini sensibili dalle quali astrae idee intelligibili, mentre la conoscenza sensibile ha come oggetto diretto e finale immagini sensibili ed in più è situata in facoltà organiche e materiali (la fantasia si trova nel cervello e la vista nell’occhio).

Perciò anche se la conoscenza sensibile dipende soggettivamente da un organo materiale: il cervello per la ‘percezione interna’ (immaginare e ricordare un oggetto, che non è presente fisicamente davanti a me) e l’occhio/l’orecchio/il tatto per la ‘sensazione esterna’ (vedo, sento, tocco un oggetto presente fisicamente davanti a me soggetto conoscente), quando vedo un pino o una quercia, la sua forma sensibile o immagine entra nel mio occhio solo psicologicamente e non fisicamente, vale a dire con un certo minimo grado di immaterialità. Invece quando mi formo l’idea razionale dell’albero e lo definisco, colgo la sua natura intelligibile astratta pienamente dalle condizioni sensibili, perciò entra nel mio intelletto solo il concetto o idea razionale e non l’immagine sensibile. Analogamente al dentista che astrae fisicamente solo il dente cariato e lascia al loro posto tutti i denti sani.

È per questo che le piante, le quali hanno soltanto tre funzioni vitali: mangiano, crescono e si riproducono per impollinazione, non possono conoscere neppure sensibilmente. Infatti non possono ricevere la forma di un oggetto psicologicamente, ma solo fisicamente in quanto lo  mangiano e lo fanno proprio fisicamente e materialmente, distruggendo l’oggetto mangiato e trasformandolo in se stesse. Invece l’animale, che oltre le tre funzioni vitali minime ha anche (in comune con l’uomo, che è composto di anima e corpo ed è un “animale razionale”) la sensibilità, presenta un ‘primo debole grado di conoscenza/sensibile’, che è dipendente dagli organi materiali anche soggettivamente e non solo oggettivamente. Solo l’uomo ha un ‘secondo grado di conoscenza’ che è razionale, il quale è indipendente soggettivamente dalle facoltà organiche mentre astrae le idee dai sensi come da un oggetto, per cui dipende dalla materia solo oggettivamente. Infine l’angelo, che è un puro spirito, in quanto intuisce direttamente le essenze intelligibili delle cose senza doverle astrarre dalla materia, ha un tipo di conoscenza che si chiama intuizione e non dipende neppure oggettivamente dalla materia: questo è il ‘terzo grado di conoscenza’ delle creature sensibili (animali), razionali (uomini) e puramente spirituali (angeli). Tuttavia l’angelo è composto di essenza ed essere, è finito e creato. Solo Dio è il suo stesso Essere, infinito, increato. La conoscenza di Dio è suprema, infinita e conoscendo le cose le crea. Egli ha per oggetto proprio Se stesso, l’Essere stesso sussistente per essenza o l’Atto puro da ogni potenzialità, anche dalla composizione di essenza/essere (come, invece, è per l’angelo). Conoscendo Se stesso, Dio in Sé conosce tutto il creato che è suo effetto. Questo è l’ultimo e il ‘quarto grado di conoscenza’.

Con un semplice brocardo si può riassumere la dottrina della conoscenza secondo il Tomismo cosi: “per visibilia ad intelligibilia et per intelligibila ad invisibilia”, ossia a partire dalle immagini sensibile ci si forma, con l’astrazione intellettuale, un’idea intellegibile e poi dal concetto razionale (di uomo, composto di corpo e anima, di creatura/Creatore, di effetto/causa, di essere per partecipazione/Essere per essenza) si giunge a conoscere l’esistenza della Divinità, che è invisibile agli occhi, ma è conoscibile dall’intelletto, (tramite la semplice apprensione o astrazione della quiddità intelligibile dalla cosa sensibile; il giudizio, che mette assieme due concetti o idee razionali; ed infine il ragionamento sillogistico che a partire da due giudizi più conosciuti ne trae una conclusione meno conosciuta). Ecco come dalle cose sensibili si giunge ai concetti razionali o intelligibili e da questi all’esistenza di Dio, che è purissimo Spirito e perciò invisibile ai sensi umani.

Immaterialità non significa essere puro da ogni materia (come l’angelo o Dio), ma soltanto non dipendere soggettivamente dalla materia e dipender da essa solo oggettivamente, come l’intelletto (facoltà spirituale) si serve del cervello (organo fisico e materiale) come di un oggetto che gli fornisce le immagini (sensibili) per formarsi delle idee (spirituali, razionali universali), o la fantasia (senso interno/percezione) si serve dell’immagine che le fornisce l’occhio (senso esterno/sensazione). Inoltre l’immaterialità consiste nel poter ricevere la forma dell’altro psicologicamente senza distruggerla e trasformarla in sé.

Ad esempio, vi è una bella differenza tra il mangiare una bistecca ed assimilarla dopo averla trasformata in noi e il vederla o immaginarla, ricevendola nella nostra conoscenza sensibile psicologicamente (anche se legata a condizioni sensibili), ma senza distruggerla e trasformarla nella nostra sostanza. La pianta può solo mangiare, l’animale può anche conoscere, ma solo sensibilmente, invece l’uomo conosce oltre che sensibilmente anche razionalmente. L’angelo poi intuisce senza dover astrarre la quiddità intelligibile dalla cosa sensibile. Infine Dio conoscendo crea tutto dal nulla.

La XVIII Tesi del Tomismo distingue tra l’oggetto adeguato e l’oggetto proprio della conoscenza umana.

L’ “Oggetto adeguato o totale” è tutto ciò che può essere conosciuto da una facoltà (per esempio l’intelletto ha per oggetto totale l’ente in quanto ente, in tutta la sua ampiezza, ossia tutto ciò che esiste realmente o logicamente, in potenza o in atto).
L’ente è una essenza che ha l’essere o che esiste in atto. Per esempio, Antonio è un ente, ossia una sostanza esistente in atto. L’essenza è l’atto primo, mentre l’essere è l’atto ultimo che perfezione e compie l’essenza. L’ente comune è il primo oggetto dell’intelletto umano, esso è indeterminato ma può essere determinato (mediante l’aggiunta di minerale, vegetale, animale, umano, angelico, divino ad “ente”) passando così dal comune (“ente”) al proprio (“ente umano o angelico”), inoltre è universalissimo e senza aggiunte (ente creato, increato, in potenza o in atto, fisico o logico), è totalmente diverso dall’Ente divino, ossia ente con l’aggiunta della Divinità, infinità, determinato, non determinabile, ossia Atto puro da ogni potenzialità o capacità di ricevere alcunché. L’intelletto umano si forma il concetto di ente comune (non divino) a partire dall’astrazione di una essenza intelligibile da una cosa sensibile. L’oggetto formale della metafisica per Aristotele e San Tommaso è l’ente in quanto ente. Tuttavia l’Angelico sorpassa lo Stagirita per quanto riguarda i contenuti di questa definizione. Infatti Aristotele si ferma all’essenza o atto primo, mentre per San Tommaso l’essere è l’atto ultimo che perfeziona l’essenza o l’attualità ultima e perfetta di tutti gli atti (“perfectio omnium perfectionum”). Inoltre San Tommaso scandaglia più profondamente di Aristotele l’ente e scorge in esso oltre la composizione fisica di materia/forma, potenza/atto, sostanza/accidente (alle quali si fermava lo Stagirita); invece San Tommaso studia anche la composizione metafisica di essenza/essere per risalire all’Essere per Essenza, ossia l’Atto puro, a Se (Aseitas) e non ab Alio. Quindi l’Angelico dall’ente comune risale metafisicamente all’Essere per essenza o Ente divino. Ecco come l’Aquinate perfezione la metafisica della sostanza di Aristotele in metafisica dell’essere comune e divino.

L’ “oggetto proprio o proporzionato” è tutto ciò che può essere conosciuto da una facoltà nelle condizioni sue proprie (per esempio, l’intelletto umano, che si trova nell’anima spirituale unita al corpo, ha come oggetto a lui proporzionato l’essenza intelligibile della cosa sensibile). Aristotele insegna che “l’anima e l’intelletto umano sono, in un certo senso, tutto”, ossia sono aperti oggettivamente (non soggettivamente, si badi bene, altrimenti sarebbero in un certo qual modo infiniti in se stessi) a conoscere tutta la realtà.

Un’importante conseguenza in Teologia di questa dottrina filosofica sulla conoscenza umana è la possibilità della Visio beatifica di Dio. Infatti l’essere in tutta la sua estensione è oggetto adeguato dell’intelletto umano, che, però, per conoscere Dio faccia a faccia come Lui stesso si conosce ha bisogno del Lumen gloriae, il quale è un dono gratuito di Dio, che eleva l’intelletto umano alla Visione beatifica, come la virtù soprannaturale di Fede eleva l’intelletto a credere verità soprannaturali, che sono oltre le capacità della ragione umana, ma non contrarie ad essa.

L’Angelico e Aristotele ci insegnano che l’oggetto totale o adeguato di una facoltà è tutto ciò che essa può cogliere, sia direttamente sia indirettamente, sia da sé sia con  l’aiuto di altri. Per esempio l’udito può cogliere ogni suono sia da sé e direttamente, sia indirettamente e tramite un telefono o un “amplifon”.

L’intelletto umano o la conoscenza razionale ha per oggetto totale o adeguato tutto ciò che è, ossia l’essere in tutta la sua estensione (in atto/in potenza, reale/logico). Quindi l’uomo può conoscere il sasso, la pianta, l’animale, e persino qualcosa di Dio (con certezza la sua esistenza e soltanto qualche suo attributo: la Bontà, l’Essere, la Verità, ma non tutta la Sua Essenza).

L’intelletto ha per oggetto il reale o la realtà, tutta la realtà e quindi tutto ciò che è essere, in potenza o in atto. L’intelletto si posa sull’essere, su  tutte le cose, gli enti… e poi astrae dalle cose sensibili la loro essenza intellegibile. Questo è l’oggetto proprio o proporzionato all’intelletto umano, che si trova situato nell’anima, la quale informa un corpo. Quindi l’uomo non intuisce le essenze senza astrazione dalla materia (come fa l’angelo), ma deve partire dal sensibile per giungere all’intellegibile. Infatti, etimologicamente, intelligenza viene dal latino intus legere, cioè penetrare la sostanza, la natura o l’essenza razionale che sta sotto i fenomeni sensibili.

L’oggetto proprio dell’intelletto umano o proporzionato alle sue capacità corrisponde alla natura dell’uomo, che è un “animale razionale”, “composto di anima e corpo, forma e materia”. Esso è commensurato all’intelletto umano situato nell’anima, che informa un corpo (detta “forma per se sussistente, ma informante”).

Ne segue che la conoscenza umana non può non astrarre la essenza intellegibile dalle cose sensibili che le si presentano. L’uomo non è solo un animale e non ha solo una conoscenza sensibile (come volevano i Sensisti, i Fenomenisti o gli Illuministi inglesi), né è un angelo, ossia solo un intelletto puro da ogni legame oggettivo con la sensibilità (come volevano gli Ontologisti). Voler fare dell’uomo una pura bestia o un perfetto angelo è contrario alla realtà. Nell’uomo vi è la parte animale (corpo e sensi) e quella angelica (anima razionale), perciò il suo modo di agire corrisponde al suo modo d’essere (“agere sequitur esse”) e astrae l’intellegibile dal sensibile, e perciò non si ferma alla sola conoscenza sensibile come gli animali, ma neppure giunge all’intellezione come gli angeli. Questi sono i due errori per eccesso e per difetto da evitare nel problema della conoscenza umana,la quale nella dottrina tomistica si erge come una vetta in medio et culmine tra due burroni alla sua  destra e sinistra.

Dopo la morte l’anima umana si separa dal corpo, ma anela a riunirsi ad esso e ciò avverrà solo alla Risurrezione dei corpi il giorno del Giudizio Universale. Perciò l’anima separata dal corpo vive in uno stato che non le è connaturale. Tutto ciò ci fa capire come il materialismo è erroneo e parimenti erroneo è lo spiritualismo esagerato di Platone, Cartesio e degli Ontologisti (Rosmini e Gioberti in maniera più esplicita), che vorrebbero che l’uomo abbia un’intuizione simile a quella angelica e non un’intellezione astrattiva e raziocinativa (semplice apprensione), che passa dal sensibile all’intelligibile e dal più noto al meno noto (ragionamento sillogistico, che mette assieme due giudizi e ne tira una conclusione).

Per concludere occorre precisare che ciò che conosciamo (“id quod cognoscitur”) è la cosa reale e non l’idea, altrimenti conoscerei l’idea di pino, uomo, angelo e Dio e non il pino, l’uomo, l’angelo e il Dio reale. Questo è l’errore degli idealisti, i quali affermano che conosciamo solo le idee delle cose e non la realtà o le cose stesse. Invece l’immagine o l’idea della cosa conosciuta è solo una rappresentazione logica o psicologica della realtà ed è un mezzo attraverso (“medium quo”) il quale arriviamo a conoscere gli oggetti reali in sé (“cognoscimus res”) e non le loro immagini o idee soggettive. L’immagine e l’idea sono un mezzo per conoscere la realtà (fine) e non il termine della conoscenza.

Purtroppo Francisco Suarez, aggravando la dottrina gnoseologica di Scoto, ha aperto la porta all’idealismo gnoseologico cartesiano, che dà il primato alla conoscenza sulla realtà, senza rendersi conto delle conseguenze catastrofiche del suo “piccolo” errore iniziale: “Parvus error in principio fit magnus in termino” (San Pio X).

Invece Aristotele e San Tommaso, secondo il sano realismo della conoscenza, dicono che la conoscenza vera è la conformità dell’intelletto o dei sensi umani alla realtà (“adaequatio rei et intellectus”). Per esempio, se dico che il mare è rosso, quando in realtà è azzurro o grigio, erro. Al contrario per Cartesio e gli Idealisti (da Kant a Hegel) è la mia conoscenza che “crea” la realtà ed essa deve conformarsi al soggetto pensante, per cui se il mare è azzurro ma io lo vedo, percepisco o concepisco rosso, il mare deve essere rosso perché la conoscenza ha il primato sulla realtà oggettiva ed inoltre l’uomo non conosce oggetti, ma solo immagini e idee.

d. Curzio Nitoglia

23/9/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/09/23/600/

http://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/09/23/793/

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