Cristo Re della Societá Civile

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CRISTO RE DELLA SOCIETÀ CIVILE

La subordinazione dello Stato alla Chiesa è dottrina comunemente insegnata dai Padri ecclesiastici, dal Magistero ordinario pontificio costante e tradizionale (“quod ubique, semper et ab omnibus”) e quindi infallibile. Essa si trova contenuta nella S. Scrittura e in tale senso (di cooperazione nella subordinazione del temporale allo spirituale) è stata interpretata unanimemente e quindi infallibilmente dai Padri (Tradizione apostolica).

Il Vangelo Secondo Giovanni (V, 22) rivela che “Il Padre […] ha rimesso ogni giudizio nelle mani del Figlio”. Ora è il re che legifera, giudica e fa eseguire gli ordini dati. Quindi Cristo è re. Ma Gesù è il Verbo Incarnato venuto in questo mondo per riconciliarlo con Dio e per fondare il Regno di Dio già su questa terra “Il Regno di Dio è già in mezzo a voi” (Lc., XI, 20), pur se esso sarà pieno e perfetto solo in Paradiso. Quindi il Regno di Dio è stato fondato da Cristo e continua, mediante la Sua Chiesa, sino alla fine del mondo. Il Vangelo Secondo Luca (I, 31-32) rivela che l’Arcangelo Gabriele annunziò alla Beta Vergine Maria: “Darai alla luce un figlio, cui porrai nome Gesù […] e il suo regno non avrà fine”. Gesù stesso risponde a Pilato “Tu lo dici, Io sono re” (Gv., XVIII, 37). Chi appartiene al suo Regno, il giorno del Giudizio, sarà chiamato da Cristo Giudice ad entrare in Paradiso, chi non ne fa parte sarà condannato al fuoco eterno (Mt., XXV, 34, 41).

Quindi è di fondamentale importanza conoscere il vero Regno o Chiesa di Cristo sulla terra per salvarsi l’anima in eterno. Infatti il Regno di Dio nasce nel mondo, ma si perfeziona e fiorisce solo in Paradiso. Quando Gesù è asceso in Cielo ha lasciato qui sulla terra degli uomini inviati da Lui “come il Padre ha inviato Me, così Io invio voi” (Gv., XX, 21) a continuare il suo Regno “tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mt., XXVIII, 20). “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa. Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nel Cielo…” (Mt., XVI, 18-20). Gli Atti Degli Apostoli insegnano esplicitamente che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” quando comandano il male. Quindi è rivelato, implicitamente, che il potere temporale è subordinato a quello spirituale (V, 29).

Certamente il Regno di Dio è “principalmente” spirituale ed è finalizzato alla salvezza eterna delle anime. “Tuttavia errerebbe gravemente chi volesse restringere il Regno di Dio solo al piano spirituale” (Pio XI, enciclica Quas primas, 1925). Ma occorre dire che Gesù e la sua Chiesa non esercitano il potere nelle cose temporali e lo lasciano ai Principi, deputati a governare le cose temporali: “Non eripit mortalia, Qui Regna dat coelestia” (Inno dei Vespri dell’Epifania). Nella Chiesa vi sono delle sfumature accidentali sulla stessa dottrina sostanziale quanto alla Regalità sociale di Cristo. Infatti la scuola della “plenitudo potestatis” (S. Gregorio VII, Innocenzo III, Innocenzo IV, Bonifacio VIII) insegna che Cristo e il Papa suo Vicario in terra ha il potere diretto sia nelle cose spirituali che temporali, ma che non vuole esercitarlo direttamente in temporalibus e lo delega ai prìncipi.

Mentre i Dottori della Controriforma (S. Roberto Bellarmino e Francisco Suarez) insegnano la dottrina del potere diretto in spiritualibus e indiretto in temporalibus ratione opeccati, ossia solo quando il principe legifera malamente interviene l’Autorità spirituale a correggere il suo errore, per esempio un Principe che legalizza l’aborto o il divorzio può e deve essere corretto dal Papa “ratione peccati” a causa del peccato che ha commesso nel promulgare una legge difforme da quella divina. Ma nessuno ha mai insegnato la separazione tra potere spirituale e temporale. Anzi chi lo ha fatto (Marsilio da Padova, Filippo il bello, Guglielmo Ockam, Nicolò Machiavelli, Felicité de Lammennais, Camillo Cavour, Romolo Murri) è stato sempre condannato dalla Chiesa.

La retta ragione insegna con Aristotele (Politica, V) e San Tommaso D’Aquino (De regimine principum, lib. I, cap. 14) che l’uomo per natura è socievole o “animale sociale”, il quale è fatto per vivere non da solo, “silvestre e solivago”, ma in società prima imperfetta, (la famiglia) e poi perfetta (lo Stato). Ora se per natura – che è creata da Dio – l’uomo è socievole, la Società familiare e civile sono creatura e opera di Dio. Quindi anch’esse devono adorarLo e prestargli il culto col quale Lui vuole essere adorato. Perciò la famiglia e lo Stato devono essere sottomesse alla Chiesa che rappresenta Dio in terra. La separazione tra Stato e Chiesa, dunque, non solo è contraria alla divina Rivelazione (Tradizione e Scrittura), ma anche alla sana filosofia e alla retta ragione. La Chiesa l’ha condannata continuamente per circa 1. 400 anni nel Suo Magistero costante e quindi infallibile a partire da papa Gelasio I (+ 496) sino a Pio XII (+ 1958). Purtroppo essa è stata fatta propria dall’insegnamento pastorale e non dogmatico e quindi non infallibile del Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Dignitatis humane personae del 7 dicembre 1965 sulla “Libertà religiosa”.

I Padri ecclesiastici a partire da San Gregorio Nazianzeno (+ 390) affermano che “come la carne è sottomessa all’anima, le cose terrene a quelle celesti, così i magistrati imperiali devono esserlo all’autorità dei vescovi” (Homilia XVII). San Giovanni Crisostomo (+ 407) insegna che “come la luna riceve e riflette i raggi e la luce del sole così il potere temporale riflette l’autorità da quello spirituale” (Homilia XV super IIam Cor.). Sant’Ambrogio (+ 397) scrive nel 386 che “l’imperatore è dentro la Chiesa e non sopra di essa” (Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis). Sant’Agostino (+ 430) asserisce che “uno dei doveri dell’imperatore è di mettere il suo potere regale al servizio di Dio” (De civitate Dei, lib. V, cap. 24).

Inoltre insegna che “i re temporali servono Dio prima proibendo e poi punendo le trasgressioni della Legge divina. Mentre l’individuo serve Dio vivendo la Fede informata dalla Carità, il re in più deve promulgare leggi conformi a quella divina, che proibiscano il male e comandino il bene” (Epistula ad Bonifatium). La stessa dottrina pur con sfumature accidentali è stata esposta da: S. Isidoro Da Siviglia (+ 636), Sent., III, 51 e S. Bernardo Di Chiaravalle (+ 1173), Epistola a papa Eugenio III sulle due spade, che per la grandezza di dottrina è considerato l’ultimo Padre anche se “fuori tempo” (XII secolo).

I Dottori della Chiesa con S. Tommaso D’Aquino (+ 1274), In IVum Sent., dist. XXXVII, ad 4; Quaest. quodlib., XII, a. 19; S. Th., II-II, q. 40, a. 6, ad 3; ivi, III, qq. 58-59; Quodlib. XII, q. XII, a. 19, ad 2; Cajetanus (+ 1534), De comparata auctoritate Papae et Concilii, tratt. II, pars II, cap. XIII; S. Roberto Bellarmino (+ 1621), De controversiis; F. Suarez (+ 1617), Defensio Fidei catholicae. Insegnano la stessa verità anche se con differenze accidentali (plenitudo potestatis o potere indiretto in temporalibus).

I teologi e i canonisti con Matteo Liberatore, Il Diritto Pubblico Ecclesiastico, Prato, Giachetti, 1887; Id., La Chiesa e lo Stato, Napoli, Giannini, 1872; Felice Cavagnis, Institutiones Juris Publici Ecclesiastici, 3 voll., Roma, 1893 Felice Maria Cappello, Chiesa e Stato, Roma, Ferrai, 1910; Id., Summa Juris Publici Ecclesiastici, Roma, Gregoriana, 1954.

Il 2 marzo del 1953 il cardinale Alfredo Ottaviani Prefetto del S. Uffizio tenne una conferenza presso l’Università Lateranense su I doveri dello Stato cattolico verso la Religione, che fu pubblicata nel medesimo anno dalla “Libreria della Pontificia Università Lateranense”. Quella conferenza sui rapporti tra Stato e Chiesa riassumeva l’insegnamento impartito dall’Autore per vari anni in quella Università sul Diritto Pubblico Ecclesiastico, e che fu raccolto nei tre volumi della Institutiones Juris Publici Ecclesiastici, Città del Vaticano, Typis Polyglottis Vaticanis, 1936 e poi riassunta nel Compendium Juris Publici Ecclesiastici, in un solo tomo, presso la stessa editrice, nel 1938.

Il Magistero costante e ininterrotto dei Papi con San Leone Magno (+ 461) scrive all’imperatore di Costantinopoli che “l’autorità regale è conferita al principe da Dio non solo per il governo delle cose temporali, ma anche per il presidio della Chiesa di Cristo e quindi è compito dell’imperatore far rispettare i Decreti del Concilio di Costantinopoli contro i monofisisti” (Epistula CLVI, cap. 3). San Felice III papa (+ 492) scrive nel 484 all’imperatore Zenone: “ricordati che devi proteggere la libertà della Chiesa e nelle cose spirituali devi sottometterti al potere al potere sacerdotale, poiché tale subordinazione è salutare anche per lo Stato” (Epistola ad Zenonem imperatorem).

San Gelasio I papa (+ 496) nel 492 inviò una lettera all’imperatore Anastasio I in cui spiegava in maniera organica e approfondita i rapporti tra Stato e Chiesa:
“due sono i poteri che dirigono questo mondo: la potestà spirituale dei pontefici e quella temporale dei Prìncipi. I sacerdoti dovranno rendere conto a Dio anche dell’operato dei re. Tu sei al di sopra degli uomini, ma devi piegare il capo davanti ai capi spirituali. Infatti se gli stessi sacerdoti, per quanto riguarda l’ordine pubblico e temporale, obbediscono alle tue leggi, tu devi obbedire nelle cose spirituali a coloro che Dio ha stabilito ad amministrare i misteri divini” (Epistula ad Anastasium I imperatorem).

San Niccolò I papa (+ 867) nella lettera Propòseueramus dell’865 scrive all’imperatore Michele III sulla subordinazione dell’impero al sacerdozio nelle cose spirituali e dei sacerdoti alle leggi dell’impero in materia temporale.

Lo stesso hanno insegnato ininterrottamente S. Leone Magno (+ 461), Epist. CLVI, 3; S. Gregorio Magno (+ 604), Regesta, n. 1819; S. Gregorio VII (+ 1085), Dictatus Papae (1075), I epistola a Ermanno Vescovo di Metz (25 agosto 1076), II epistola a Ermanno (15 marzo 1081); Urbano II (+ 1099), Epist. ad Alphonsum VI regem; Innocenzo III (+ 1216), Sicut universitatis conditor (1198), Venerabilem fratrem (1202), Novit ille (1204); Innocenzo IV (+ 1254), Aeger cui levia (1245); Bonifacio VIII (+ 1303), Bolla Unam sanctam (1302); Pio VI, Inscrutabile divinae sapientiae (1775); Pio VII (+ 1823); Pio VIII, Tradidit (1829); Leone XII, Ubi primum (1824); Gregorio XVI, Mirari vos (1832); Pio IX,

Quanta cura e Syllabus (1864) ha definito esplicitamente che la libertà religiosa in foro esterno “è contraria alla dottrina della S. Scrittura, della Chiesa e dei Santi padri ecclesiastici” e che “lo Stato ha il dovere di reprimere i violatori della Religione cattolica con pene specifiche”; Leone XIII, Immortale Dei (1885), Libertas (1888); S. Pio X, Jucunda sane (1904), Vehementer (1906), Notre charge apostolique (1910); Pio XI, Ubi arcano (1921), Quas primas (1925), Pio XII, Discorso ai Giuristi Cattolici Italiani, 6 dicembre 1953 ha insegnato:
“ciò che non risponde a verità non ha oggettivamente nessun diritto né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione”; Episcopato Italiano, Lettera pastorale sul laicismo del 1960; mons. Antonio De Castro Mayer vescovo di Campos in Brasile, Lettera pastorale sulla Regalità di Nostro Signor Gesù Cristo, 1977.

d. Curzio Nitoglia

7/12/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/12/09/cristo-re-della-societa-civile/

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