Le Tre Forme di Governo e la Tirannide

Government-Society-and-Human-Good

.

LE TRE FORME DI GOVERNO E LA TIRANNIDE

San Tommaso insegna che le possibili forme di governo sono tre: monarchia, aristocrazia, politeìa (oggi ‘democrazia’ classica, essenzialmente diversa dal ‘democratismo’ moderno di Rousseau). Egli considera la monarchia come la prima forma di governo (il governo di uno solo) che, però, può degenerare in tirannia. La seconda forma di governo considerata dall’Aquinate, è l’aristocrazia (governo dei migliori) che può degenerare in oligarchia, ossia tirannia di pochi. La terza forma è la politeìa (governo dei magistrati o dei cittadini/militari) o timocrazia (governo in cui le cariche sono assegnate in base all’onore e alla forza della sanior pars populi), la quale può degenerare in democratismo o democrazia moderna (tirannia del popolo). Oggi, in luogo di politìa o di timocrazia, è prevalso l’uso della parola democrazia – che per i classici e gli scolastici aveva già di per sé una valenza negativa – la quale può degenerare in demagogia, come si dice comunemente oggi.

La miglior forma di governo

Secondo la tradizione scolastica, la migliore forma di governo è quella mista, data la malizia dell’uomo, ferito dal peccato originale, che facilmente è portato a degenerare. Nella Somma Teologica (I-II, q. 95, a. 4) San Tommaso scrive: “vi è un certo regime, che è un misto di queste tre forme, il quale è il migliore”. Ed ancora: “la migliore forma di potere è bene temperata dall’unione della monarchia, in cui comanda uno solo, e dall’aristocrazia, in cui comandano i migliori o i virtuosi, e dalla democrazia, che è il potere del popolo, in quanto i Principi possono essere scelti nella classe popolare e possono essere eletti dal popolo stesso” (S. Th., I-II, q. 105, a. 1, in corpore). Ogni buon regime deve, dunque, essere misto e radicato nel principio del popolo-canale, che trasmette compiti e funzioni di governo ad uomini atti, preparati ed onesti (i migliori); mentre al vertice, la suprema unità di governo appartiene ad un uomo, prudente e maturo (il monarca).

San Tommaso, riprendendo l’insegnamento di Aristotele, sottolinea che la monarchia è più nobile dell’aristocrazia e che questa lo è più della democrazia. Tuttavia San Tommaso mette in guardia dai pericoli della monarchia, non in quanto pericolosa in sé bensì a causa della malizia dell’uomo. Si può dunque concludere che la più nobile forma di governo, la monarchia, è bene che sia temperata dall’aristocrazia e della timocrazia o democrazia (ovviamente non la democrazia moderna, secondo la quale il potere non deriva da Dio ma dall’uomo).

41SfxcQjczLNella sua opera De regimine principum San Tommaso spiega essere necessario che gli uomini, vivendo in società, siano governati da qualcuno: “se è naturale per l’uomo vivere in Società, è necessario che fra gli uomini ci sia qualcuno che governi il popolo. Infatti, quando gli uomini sono in molti, se ognuno provvedesse soltanto a ciò che gli serve, il popolo si frantumerebbe nei suoi componenti, qualora non ci fosse chi si occupasse anche del bene comune; così come dell’uomo si dissolverebbe se nel corpo non ci fosse una facoltà coordinatrice generale (il cervello) rivolta al bene comune di tutte le membra […]. Se una moltitudine di uomini è ordinata dal capo per il bene comune di tutti, il governo sarà retto e giusto. Se invece il governo è ordinato non al bene comune, ma al bene privato del capo, sarà ingiusto e perverso”.

L’Aquinate spiega, inoltre, che è più utile che una moltitudine di uomini sia governata da uno solo, piuttosto che da molti. Ciò in quanto l’uno per essenza può garantire l’unità meglio di molti individui. Dunque è più utile il governo di uno solo che di molti. Ma San Tommaso mette in guardia dal pericolo che anche la migliore forma di governo, a causa delle conseguenze del peccato originale, possa degenerare e diventare tirannia di uno solo che è peggiore della tirannia di pochi (oligarchia) così come questa è peggiore della tirannia di molti (demagogia). Alla cosa migliore si contrappone quella peggiore ed un governo è tanto più ingiusto, quanto più si allontana dal bene comune, come quello di un solo tiranno. Occorre, comunque, considerare anche l’enorme danno al bene comune che deriverebbe dalla caotica partecipazione di molti, inetti e moralmente corrotti, alla gestione del potere.

Per Aristotele e San Tommaso, la democrazia è la degenerazione della politeìa o timocrazia, in quanto essa si basa sul popolo ridotto a massa informe mentre la timocrazia è fondata sull’equa partecipazione al potere del popolo, formato da persone razionali, libere ed oneste. In questo sistema, la sovranità risiede nella legge e non nella moltitudine e nelle sue deliberazioni. Nella democrazia (oggi diremmo demagogia), intesa come degenerazione della politeìa o timocrazia, la legge perde la propria forza e la massa informe ed amorfa diventa arbitro dello Stato. In tale sistema i demagoghi, e non i migliori, tengono le redini del governo, e le leggi positive come specificazioni della legge naturale (intesa quale partecipazione alla legge eterna o divina), inscritta dal Creatore nell’animo umano, non sono più sovrane, ma dipendono dal capriccio della moltitudine dispotica. La politeìa o timocrazia (oggi diremmo democrazia classica) si fonda sulla partecipazione al potere da parte del popolo in forma responsabile ed ordinata. Ogni civis deve avere la possibilità di partecipare, se capace e degno, alla vita politica della nazione. Qualunque sia la forma del potere, è essenziale che chiunque lo eserciti legittimamente abbia la consapevolezza di non essere l’origine della sovranità, e, di conseguenza, di non aver alcun diritto all’esercizio potere in senso assoluto. Chi governa – sia esso il re, il capo di una repubblica, i membri di un governo – deve considerarsi vassallo di Dio, ossia subordinarsi all’Unico Signore origine dell’autorità e della sovranità che – attraverso lo strumento del popolo-canale – trasmette a chi è legittimamente destinato a guidare lo Stato, l’istituzione deputata a governare la vita del consorzio umano associato. Una subordinazione che si concretizza nell’adesione integrale, da parte appunto dello Stato, all’etica naturale e cristiana.

Resistenza alla Tirannia

Secondo S. Tommaso la miglior forma di governo in sé è la monarchia, ma essa può degenerare nella peggior forma di governo: la tirannia di uno solo (S. Th. , II-II, q. 64, a. 1, ad 3). L’essenza della tirannide si esprime nei comandi rivolti dall’Autorità ai sudditi non in quanto soggetti della società bensì come schiavi (ibidem, ad 5). I commentatori dell’Angelico, ad esempio il Gaetano e Suarez distinguono tra tiranno d’usurpazione e tiranno di governo.

1°) Il Tiranno d’usurpazione

È l’ingiusto aggressore di un potere legittimo (per es., invade una Nazione, oppure rovescia un governo legittimo). All’inizio del suo operare, egli è senza titolo legittimo; ma dopo un certo tempo può giungere ad imporsi e la Nazione può accettarlo come suo capo legittimo.

2°) Il Tiranno di governo

È un sovrano legittimo, regolarmente investito del potere. Ma egli abusa dell’autorità, non governando per il bene comune dei sudditi, bensì per il proprio.

Tirannia e legittimità

Nessuna società potrebbe sussistere senza un capo che comanda e dirige i sudditi verso il bene comune. Quindi Dio ha voluto la Società, avendo creato l’uomo animale sociale, e perciò necessariamente ha voluto l’autorità, che procede da Dio. “La necessità di questa autorità è così forte, che se ad un certo momento, non si trovasse in una Società che un solo governante possibile, poiché solo lui sarebbe capace di procurare il bene comune, quest’uomo avrebbe un vero diritto al potere; dovrebbe esercitarlo e, se bisogna, anche imporlo con la forza e il popolo sarebbe obbligato di sottostargli, per salvaguardare la società. Si tratta di una situazione eccezionale […]. S. Agostino scriveva: “Se il popolo, depravandosi poco a poco, pone l’interesse generale dopo l’interesse particolare e vende i suoi suffragi; se, corrotto dai libertini, consegna il suo governo a uomini viziosi e scellerati, non è forse giusto che un uomo perbene, se ne resta uno solo che abbia qualche influenza, tolga a questo popolo il potere di scegliere un capo e lo sottometta all’autorità di qualche cittadino onesto? (De lib. arbitrio, Lib I, cap. VI, n°14, P. L. , t. XXXI, col. 1229)”. La dottrina cattolica a differenza del democratismo moderno di marca rousseouiana non condanna, quindi, la dittatura, come fatto eccezionale e temporaneo, in se stessa. Inoltre, gli uomini sono sostanzialmente uguali, quindi nessuno di loro potrebbe imporre da se stesso la propria volontà ai suoi simili. Dio solo, creatore e legislatore universale possiede tale diritto, quelli che ricevono il diritto di governare hanno bisogno di riceverlo da Lui, anche se lo ignorano o lo disprezzano. Tuttavia, se l’autorità viene da Dio, sono dei fatti umani, dei titoli storici, che determinano il modo di conferimento del potere e la persona o il gruppo che sono depositari del potere. Occorre specificare che quando si parla di popolo, non si vuol parlare di massa, ma dei notabili che hanno la fiducia della gente, o optimates che sono la sanior pars societatis , il popolo, perciò, in terminologia scolastica è il corpo sociale o l’insieme della nazione o la moltitudine, e non la massa amorfa. Onde, il popolo, “come corpo sociale darà al rappresentante dell’autorità l’investitura della legittimità. Abbiamo parlato di consenso del popolo, e non dei suoi suffragi, come se una partecipazione attiva della moltitudine fosse indispensabile per la designazione dei governanti. Una approvazione tacita, tramite un’attitudine puramente passiva [di accettazione o non rifiuto, nda] può bastare, poiché la Nazione aveva la libertà di reagire […] tale consenso del popolo è […] il criterio per distinguere  l’usurpatore ancora in atto di usurpare da quello che possiede già legittimamente il potere o che ha già acquisito la qualità di governante. Il primo è un tiranno, al quale non si deve obbedienza. Ma se sopraggiunge l’accettazione del popolo, essa consacra la sua legittimità e gli conferisce il diritto all’obbedienza dei suoi sudditi”.

Popolo e massa

“È necessario precisare ancor meglio che con il termine di comunità o di popolo bisogna intendere qualcosa di affatto diverso dalla multitudo ossia la massa indifferenziata dei sudditi. Per S. Tommaso […] il potere non risiede in questa massa ma in quel tutto ordinato che è costituito dalla comunità: un tutto, le cui parti costitutive non hanno lo stesso peso. […] Il popolo in senso tomistico del termine non esiste prima che il governo lo abbia unificato e gli abbia dato la forma o l’anima”. Infine l’autorità, la cui missione è la salus populi suprema lex, ha dei limiti. Il ruolo del potere e la sua ragion d’essere è di spingere ognuno verso il bene comune. “Se l’autorità fallisce questa missione perde non soltanto il diritto di comandare, ma la ragion d’essere”.

Perdita della legittimità

Nel Medioevo si riteneva che l’abuso di potere fosse il caso principale di realizzazione di una tirannia. “Gli scolastici, da S. Tommaso a Suarez, non esitano a dire che la Nazione ha il diritto di destituire, di deporre, di cacciare il tiranno. Poiché ha perso il diritto di regnare ed è diventato illegittimo. Ma bisogna che l’abuso sia grave, permanente e universale […]. Secondo gli scolastici, il potere del Principe decaduto ritorna al popolo o alla Nazione che glielo aveva affidato”.

La resistenza al tiranno

Nell’XI sec., Manegold da Lautenbach, equiparava il principe-tiranno “ad un guardiano di porci; se il pastore, invece di far pascere i porci, li ruba, li uccide o li smarrisce, è giusto rifiutargli di pagargli il salario e scacciarlo ignominiosamente”.

S. Tommaso nel De regimine principum insegna che “se appartiene di diritto alla moltitudine di darsi un capo, essa può, senza ingiustizia condannare il Principe a disparire, o può mettere freno al suo potere se ne usa tirannicamente” . Tuttavia per l’Angelico «anche se alcuni insegnano essere lecita l’uccisione del tiranno per mano di un qualsiasi privato […] è pericolosissimo permettere l’uccisione privata del tiranno, perché i malvagi si riterrebbero autorizzati a uccidere i re non tiranni, severi difensori della giustizia […] contro i tiranni eccessivi e insopportabili si può agire solo in virtù di una pubblica autorità». La stessa dottrina è insegnata da Bañez, Billuart, Bellarmino, Suarez. La tradizione scolastica è quasi unanime nel riconoscere il diritto di resistenza, che – in casi estremi – può giungere alla rivolta armata. Juan de Mariana opina che il tirannicidio sia lecito anche privata auctoritate, infatti non è da condannarsi colui che, eseguendo la comune volontà, procura di sopprimere il tiranno . Tuttavia, per il Mariana, non significa che basti l’iniziativa semplicemente privata, occorre prima una condanna pubblica del tiranno e solo poi, come extrema ratio l’esecuzione può essere privata, quando non si possa raggiungere l’autorità superiore, ma fondandosi sulla condanna pubblica, senza un mandato esplicito del potere pubblico e solo con mandato interpretativo e presunto si esegue il tirannicidio.

Il problema del tirannicidio è stato trattato sino ai nostri giorni. Nel XIX sec. da Leone XIII, nel XX sec. da Pio XI e nel sec. XXI da vari teologi o storici qualificati. Leone XIII, nell’Enciclica Diuturnum illud del 1881, insegna che quando l’ordine del principe è contrario al diritto naturale e divino, “obbedire sarebbe criminale”. Pio XI, nell’Enciclica Firmissimam constantiam del 1937, ricorda all’Episcopato messicano che se i poteri costituiti attaccano apertamente la giustizia […], non si vede nessuna ragione di rimproverare i cittadini, che si uniscono per la loro difesa e a salvaguardia della nazione”, ossia è lecita una resistenza attiva che usi mezzi leciti, escluso il clero e le associazioni direttamente mandatarie del clero, quali l’Azione Cattolica. Il padre gesuita Andrea Oddone ha scritto nel 1944-45 che la resistenza passiva è sempre lecita nei riguardi di una legge ingiusta. La resistenza attiva legale, in casi in cui la religione è messa in pericolo, è lecita, anzi, occorre deplorare – come insegna Leone XIII in Sapientiae christianae del 1890 – l’attitudine di coloro che rifiutano di resistere per non irritare gli avversari”.

La resistenza attiva armata è legittima:

  • se la tirannia è costante;
  • se è manifesta o giudicata tale dalla sanior pars” della società;
  • se le probabilità di successo sono numerose;
  • se la situazione successiva non è peggiore dell’anteriore.

(Cfr. A. Oddone, La resistenza alle leggi ingiuste secondo la dottrina cattolica” in “La Civiltà Cattolica”, n° 95, 1944, pp. 329-336; Ibid., n° 96, 1945, pp. 81-89).

La resistenza passiva

Essa consiste nella non esecuzione della legge ingiusta, fino a che non vi si è costretti con la forza; ma nel caso in cui la legge ingiusta comandi qualcosa di peccaminoso, “un atto intrinsecamente cattivo in sé, la resistenza non solo è permessa, ma è sempre obbligatoria; non si possono eseguire ordini criminali”.

La resistenza attiva

si suddivide in :

a) Resistenza attiva non violenta

essa consiste in un’opposizione positiva alla legge ingiusta, compiuta sul terreno delle leggi o con mezzi legali, per es. pubbliche riunioni, proteste, petizioni ricorso ai tribunali ecc… «occorre non rifugiarsi nell’indifferenza e nell’inerzia di coloro che non sanno o non vogliono organizzarsi e lottare per una causa nobile e giusta, per timore e viltà di affrontare i sacrifici e i maggiori doveri che questa lotta porta con sé. […] “A chi cadrebbe in animo di tacciare i cristiani dei primi secoli di nemici dell’Impero Romano, solo perché non si curvavano dinanzi alle prescrizioni idolatriche, ma si sforzavano di ottenerne l’abolizione?”» (Leone XIII, Lettera ‘Notre Consolation’ ai cardinali francesi, 3 maggio 1892)”.

b) Resistenza attiva violenta o a mano armata

Quando la legge ingiusta cerca di imporsi con la violenza e con la forza, è lecito ai cittadini organizzarsi e armarsi, opporre la forza alla forza”(). Padre Pizzorni continua: “il diritto di resistenza è generalmente ammesso, e, da S. Tommaso in poi, salvo rare eccezioni, è stato ammesso anche da tutti i teologi come ultima ratio, come ultimo ed estremo rimedio, quando tutti gli altri mezzi previsti non sono possibili o si sono dimostrati insufficienti”. Tuttavia, occorre specificare che secondo l’Angelico le condizioni richieste per la liceità della resistenza attiva a mano armata, sono quattro:

1°) La tirannide deve essere costante e abituale, tale da rendersi intollerabile, e ciò vale sia per il tiranno di usurpazione che per quello di governo (De regimine principum I, 7).

2°) La gravità della situazione deve essere manifesta, non solo a una qualsiasi persona privata, ma alla sanior pars populi. Qualora non vi sia un superiore del re, come l’imperatore, o il Papa che deponeva i tiranni, secondo S. Tommaso è la vox populi o la multitudo, ossia la comunità che debbono farsi sentire, guidati dal consiglio degli homines virtuosi. Così “quelle persone non agirebbero più come persone private, ma come persone autorizzate dal popolo, la qual cosa è richiesta perché il punire è un atto di giurisdizione che richiede un superiore”.

3°) Ci deve essere una fondata speranza di riuscita: altrimenti non vi sarebbe ragion sufficiente di insorgere, per il pericolo di inasprire la tirannide. La resistenza armata deve perciò essere ben organizzata, ben concordata e ben condotta.

4°) La caduta del tiranno non deve creare una situazione peggiore di quella in cui si stava prima; “Il cristiano non deve sempre tirarsi indietro, far la parte del moderato, del perennemente condannato alla perplessità, all’astensione e all’impotenza, lasciando così praticamente le fila del movimento della storia in mano a coloro che sono meno dotati di scrupoli; il cristiano, quindi, non deve rifiutare di usare la forza giusta, quando sia necessario in modo assoluto”.

Tolleranza

Essa è fondata sul rispetto per il bene comune della Società. Ci si astiene dall’opposizione alla legge ingiusta, perché si prevede che. essa danneggerebbe più severamente il bene comune che non la tolleranza della legge ingiusta. In breve la si tollera, solo per non peggiorare la situazione; come quando si ha mal di denti, ma vi è un’infezione, si è costretti a tollerare il dente malato, sino a che l’infezione non sia stata debellata da antibiotici, e solo allora si potrà estrarre il dente cariato.

 d. Curzio Nitoglia

14/12/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/12/14/le-tre-forme-di-governo-e-la-tirannide/

.

.

.

 

This entry was posted in +Archivio Articoli, Articoli don Curzio Nitoglia, Filosofia, Formazione di base, San TOMMASO D’AQUINO, Teologia morale cattolica, Tradizione Cattolica and tagged , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

One Response to Le Tre Forme di Governo e la Tirannide

  1. Pingback: Le Tre Forme di Governo e la Tirannide | Lo Sai

Comments are closed.