La parabola dei vignaiuoli e l’abbandono d’Israele

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LA PARABOLA DEI VIGNAIUOLI
E L’ABBANDONO D’ISRAELE

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L’Antico Testamento

Nell’ultimo articolo, pubblicato su questo sito, ho trattato il Libro del profeta Isaia al  capitolo V (versetti 1-7), ove si legge la predizione dell’abbandono d’Israele (paragonato da Isaia ad una vigna) da parte di Dio dopo il deicidio.

In quell’articolo ho ripreso il commento dei Padri della Chiesa, e specialmente di S. Giovanni Crisostomo, sul testo veterotestamentario di Isaia per confrontarlo con l’insegnamento pastorale della Dichiarazione del Vaticano II Nostra aetate (28 ottobre 1965) sui “Rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane” onde vedere se la tanto conclamata, ma non provata “ermeneutica della continuità” (vero cavallo di battaglia del pontificato di Benedetto XVI, sulla quale è tornato recentemente anche Francesco I), regga alla prova del confronto con le due fonti della divina Rivelazione (Tradizione e S. Scrittura).

È apparsa chiara l’opposizione di contraddizione tra la Rivelazione divina dell’Antico Testamento (Isaia e i Padri ecclesiastici) e la nuova dottrina di Nostra etate, che presenta l’ebraismo attuale “non rigettato da Dio”, mentre Isaia e tutti i Padri ecclesiastici affermano che Dio ha abbandonato la sua vigna (ossia Israele).

Il Nuovo Testamento

Nel presente articolo studiamo il Nuovo Testamento e particolarmente il Vangelo secondo Matteo (XXI, 33-46), in cui Gesù riprende il tema della vigna, ossia d’Israele, abbandonata da Dio e lo leggiamo commentato dai Padri e dagli esegeti approvati (specialmente dall’abate Giuseppe Ricciotti) per vedere quale continuità vi sia tra la Rivelazione divina del Nuovo Testamento e la Tradizione da una parte e il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Nostra aetate  dall’altra parte.

L’abate Ricciotti

Questa parabola secondo il grande esegeta Giuseppe Ricciotti è «egualmente di riprovazione […]. L’immagine della vigna […] era già stata impiegata sette secoli prima e per lo stesso scopo dal profeta Isaia (V, 1 ss.). La spiegazione […] aveva ricordato che l’ingrata vigna era la nazione di Israele e il suo padrone era Dio, il quale però, esacerbato dalla sterilità della vigna, ne avrebbe abbattuto il recinto abbandonandola a devastazione e lasciandovi crescere rovi e spine».

Tale immagine dell’Antico Testamento che prediceva, settecento anni prima di Cristo, l’abbandono d’Israele da parte di Dio viene ripresa e ampliata nel Nuovo Testamento e precisamente nel Vangelo di Matteo (XXI, 33-46): «c’era un uomo […] che piantò una vigna […]. Quando si avvicinò il tempo dei frutti, inviò i suoi servi ai vignaiuoli a prendere i suoi frutti; ma i vignaiuoli, presi i suoi servi, ne percossero uno, ne uccisero un altro […]. Alla fine inviò loro il figlio suo […]. Ma essi […] presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero […]. Dice loro Gesù […] per questo vi dico che sarà tolto a voi il regno di Dio e sarà dato a una nazione che ne tragga i frutti […] ed avendo udito i sommi sacerdoti e i farisei le parabole di lui conobbero che egli parlava di loro» (Mt., XXI, 33-46).

Ricciotti commenta: «La vigna era Israele, il padrone era Dio, e i servi malmenati o uccisi erano i profeti […]. Ma a questa parte riguardante il passato Gesù aveva aggiunta, a guisa di conclusione, una parte riguardante il futuro ed era quella ove aveva detto che lo stesso figlio […], era stato percosso e ucciso; evidentemente in questo figlio l’oratore aveva adombrato se stesso, e così si era proclamato implicitamente figlio di Dio ed aveva accusato in anticipo i colpevoli del loro futuro delitto».

La Tradizione patristica

I Padri della Chiesa spiegano così il Vangelo di Matteo (XXI, 33-46): «Questa parabola, serve a dimostrare ancora di più la colpevolezza dei farisei» (Crisostomo, Commento a Matteo). Il padrone «è Dio» (Origene, Comm. a Matt.). La vigna del Signore è «la famiglia d’Israele [Is., V, 2]» (Girolamo, Comm. a Matt.). Ma «In Isaia la vigna stessa è incolpata di non fruttificare, mentre qui nel Vangelo i coloni sono i colpevoli, poiché nel Profeta la vigna è Israele, mentre in Matteo la vigna è la verità rivelata e contenuta nelle Scritture, il frutto sono le opere buone che i fedeli debbono trarre dalla verità rivelata, sotto la guida dei loro capi: gli scribi e i farisei, ossia i coloni, i quali non fanno il loro dovere. I coloni sono i sacerdoti e i leviti, ora come non giova nulla al colono lavorare la terra se questa non dà frutti, così il sacerdote non fa il suo dovere se non giova al popolo fedele» (Crisostomo, ut supra). Il padrone partì «lasciando agli uomini il tempo e la possibilità di adempiere, col libero arbitrio, alla loro santificazione» (Girolamo, ut supra). Quando venne il tempo dei frutti, «la fede e la carità, la morale e il dogma» (Rabano Mauro, Comm. a Matt.), Dio mandò i suoi servi, «i Profeti dell’Antico Testamento» (Crisostomo, ut supra), ma i coloni li presero, «con la mano vuota di bene fanno il male» (Crisostomo, ut supra), alcuni li picchiarono «come Geremia» (Girolamo, ut supra), altri li uccisero «come Isaia» (ibidem), altri ne lapidarono «come Nabot e Zaccaria» (Ibidem). Infine mandò il suo figliuolo, «il Verbo incarnato» (CRISOSTOMO, ut supra), pensando: almeno avranno riguardo di lui; infatti «veniva non per punirli, ma per salvarli» (Girolamo, ut supra), tuttavia «sapeva che lo avrebbero rigettato» (Crisostomo, ut supra), ma «essi avrebbero dovuto e potuto – con il loro libero arbitrio – accoglierlo ed amarlo» (Crisostomo e Girolamo, ut supra). I coloni «coloro che avrebbero dovuto e potuto conoscere il Figlio di Dio, avendo la Rivelazione, lo rinnegarono odiandolo» (Origene, Comm. a Matt.); infatti dicono: «costui è l’erede»; quindi «non per ignoranza invincibile e non colpevole, ma per invidia e gelosia, odiandolo, lo crocifissero; e anche coloro che odiano il Vangelo e perseguitano i suoi apostoli tentano per quanto è possibile di dare la morte a Gesù» (Rabano Mauro, ut supra).

Così – dicevano tra sé – «avremo la sua eredità», vale a dire «non volevano perdere il retaggio delle cerimonie estrinseche della Legge antica (perché cedesse il passo a quella nuova), della quale non sarebbero stati più i beneficiari e non avrebbero più potuto trarne lucri e autorità, come invece continuavano a fare» (Crisostomo e Rabano Mauro, ut supra). Lo buttarono fuori «di Gerusalemme, ove fu crocifisso, come straniero alla vigna, ossia scomunicato dalla sua Chiesa dell’Antica Alleanza,  che loro mal coltivavano» (Origene, ut supra). Essi dovettero rispondere, a Gesù che li interrogava, che il padrone li avrebbe giustamente castigati. «Si giudicano da sé, tutti in coscienza sentivano che la pena era giusta, ma – lo dicevano – chi con la bocca soltanto e chi col cuore, chi di buona voglia e chi indispettito» (Crisostomo, ut supra). Anzi aggiunsero addirittura che il padrone «avrebbe dato la vigna ad altri coloni», ossia «la parola di Dio doveva passare da Israele alle Genti», vale a dire il vecchio patto stipulato tra Dio e i primi coloni è scisso poiché questi ultimi sono stati infedeli, si passa da una vecchia a una nuova alleanza, così che l’Antica Alleanza è stata realmente revocata e ad essa è subentrata una Nuova ed Eterna Alleanza.

Questo è l’insegnamento moralmente unanime (e quindi infallibile) dei Padri della Chiesa, allontanarsene significa giudaizzare. Gesù, infatti, conclude: «vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a gente che lo farà fruttificare» ossia il regno è «la verità rivelata da Dio nell’Antica Alleanza ad Israele» (Origene, ut supra) e i capi dei sacerdoti e i farisei «capirono che parlava di loro». San Girolamo (ut supra) commenta: «quantunque istupiditi dalla passione dell’invidia e gelosia, sentivano in coscienza che le cose stavano realmente così, ma per ignoranza voluta non lo confessavano pubblicamente», anzi «cercavano di prenderlo» per ucciderlo ma «temevano ancora il popolo», che poi travieranno disinformandolo e persuadendolo subdolamente. Gesù specifica che «la pietra scartata dagli edificanti diverrà pietra angolare», ossia Cristo rigettato dai Capi d’Israele diverrà «la pietra di un nuovo edificio: il Nuovo Testamento; essa sarà pietra angolare, ossia unirà in sé due muri o popoli, Israele e i Pagani, che entreranno tutti con pari dignità nella nuova Chiesa cristiana» (Crisostomo, ut supra) e ammonisce: «chi inciamperà su di essa si ferirà, e stritolerà colui sul quale cade», vale a dire «non è la pietra o Cristo che fa cadere, ma chi non credendo in lui si scandalizzerà, cadrà per sua colpa. Invece predice la caduta di Gerusalemme e del Tempio, quando afferma che essa stritolerà la città deicida – ricadendo il di lui sangue, ossia la responsabilità della sua morte, su di essa – dopo esserne stato respinto» (Crisostomo, ut supra).

La stessa parabola la si trova anche in Luca (XX, 9-19). Essa è stata commentata anche da s. Agostino (De cons. evang. II, 69), s. Cirillo, Beda il venerabile, Teofilatto (super Cavete a fermento Pharisaeorum e super Quia vero resurgant mortui), Eusebio, s. Basilio e s. Ambrogio (In Lucam lib. 10), s. Gregorio Magno, super Arborem fici habebat quidam, hom. 26), tutti nello stesso senso.

La Dichiarazione “Nostra aetate”

La Dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965) del Concilio Vaticano II su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” al n. 4, § h, dà questo insegnamento pastorale: «Gli ebrei non debbono essere presentati come rigettati da Dio, quasi che ciò scaturisse dalla S. Scrittura».

Ora, occorre distinguere: gli ebrei infedeli a Cristo da quelli fedeli a Lui e al Padre. I primi sono stati rigettati da Dio, come insegna la S. Scrittura nel Libro del Profeta Isaia e nel Vangelo di Matteo e Luca, commentati dai Padri ecclesiastici. Mentre gli ebrei fedeli a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo sono entrati nella Chiesa di Cristo assieme a tutti i popoli che hanno la fede nella SS. Trinità e nella divinità di Gesù.

Conclusione

L’ermeneutica della continuità tra Concilio Vaticano II (magistero pastorale, non ha voluto definire né obbligare a credere e quindi non infallibile) e Rivelazione divina (Tradizione e S. Scrittura) non è provata anzi è confutata senza ombra di dubbio.

Per il principio evidente di non-contraddizione non posso affermare nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto che Dio ha rigettato Israele infedele e che non lo ha rigettato. Quindi debbo restare fedele alla dottrina cattolica genuina, contenuta nelle due fonti della divina Rivelazione: la Tradizione e la S. Scrittura, la quale insegna che Dio ha rigettato Israele infedele ed ha stretto un Nuovo ed Eterno patto con l’Israele fedele a Cristo e con i Pagani convertitisi a Dio.

Sarà poi dovere dell’Autorità della Chiesa gerarchica e docente definire la questione in maniera dogmatica ed infallibile. Noi, che facciamo parte della Chiesa discente, possiamo e dobbiamo soltanto far presente la contraddizione tra la Rivelazione divina e l’insegnamento puramente pastorale del Vaticano II, restare fermi ed ancorati alla Rivelazione ed attendere la soluzione dogmatica ed infallibile dalla legittima autorità, senza arrogarcela dal basso.

Non si può per “obbedienza” rinnegare la Fede e se ci si chiede di accettare il Concilio Vaticano II per ottenere la sistemazione canonica non si può “per la  contraddizion che nol consente” (Dante).

Quel che è successo ai Frati Francescani dell’Immacolata costretti, con un abuso di potere, ad accettare le novità conciliari e postconciliari e a rinunciare alla Messa di Tradizione apostolica detta impropriamente “di san Pio V” (nonostante il motu proprio “Summorum Pontificum cura” di Benedetto XVI del 7 luglio 2007) solo per aver espresso la difficoltà di “concilar l’inconciliabile” (Vaticano II e Tradizione apostolica) o ad alcuni religiosi che avevano soltanto osato criticare, con dovizia di citazioni, la teologia eterodossa di Karl Rhaner senza aver espresso alcuna obiezione sul Vaticano II o sul “Novus Ordo Missae” ci apra gli occhi e ci renda “prudenti come serpenti” di fronte a “lupi vestiti da agnelli”, per mantenere la Rivelazione (contenuta nella S. Scrittura e nella Tradizione) integra e pura, senza la quale “è impossibile piacere a Dio” (San Paolo, Ebr., XI, 6). Infatti “occorre obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti, V, 29), quando i loro ordini sono contrari a quelli divini, ed in S. Paolo è rivelato: «Ho resistito in faccia a  Pietro,  poiché era reprensibile » (Epistola ai Galati, II, 11).
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d. Curzio Nitoglia

7/1/2014

http://doncurzionitoglia.net/2014/01/08/la-parabola-dei-vignaiuoli-e-labbandono-disraele/

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