Dal Nominalismo al Modernismo passando per l’Empirismo

Guglielmo di Ockham o Occam

Guglielmo di Ockham o Occam

 DAL NOMINALISMO AL MODERNISMO

PASSANDO PER L’EMPIRISMO

~

Il nominalismo metafisico e logico

Il nominalismo inizia sistematicamente con Roscellino († 1125), continua con Abelardo († 1160), viene ripreso e sviluppato da Guglielmo Occam († 1349).

Esso ritiene che i concetti universali e  la natura o essenza reale (generica e specifica) non hanno nessuna realtà oggettiva fuori della mente  pensante; l’unica realtà extra-mentale è la cosa singolare, l’individuo (per esempio, Antonio): “nihil est praeter individuum” è l’assioma che riassume e definisce il nominalismo.

In breve gli universali logici (nomi) e ontologici (essenze o nature) sono soltanto “pure voci”, senza consistenza ontologica né logica, di cui ci serviamo per indicare gli individui reali, che si assomigliano tra di loro (Antonio, Marco, Giovanni…).

 Se Abelardo riteneva che l’universale fosse almeno un concetto o un’idea, Occam addirittura nega anche l’oggettività e la realtà del concetto, che secondo lui esiste solo soggettivamente o logicamente nel pensiero dell’individuo e non ha nessun fondamento nella realtà, aprendo, così, le porte al soggettivismo del cogito di Cartesio e al criticismo delle categorie soggettive di Kant.

Padre Carlo Giacon scrive: “leggendo il Leviatano di Tommaso Hobbes e il Saggio sulla conoscenza umana di Locke, si riscontrano facilmente le ispirazioni al nominalismo di Occam. […]. Hume non fece che condurre sino alle ultime conseguenze i princìpi nominalistici elaborati da Hobbes e da Locke […] sicché la filosofia moderna poggia sulle stesse basi  su cui era poggiato il nominalismo occamistico” (Occam, Brescia, La Scuola, II ed., 1945, p. 137).

Il nominalismo radicale di Occam riduce la metafisica alla logica e l’essere al pensiero, deprime la capacità della ragione umana di conoscere la realtà e spalanca la via allo scetticismo e all’agnosticismo posteriori. Purtroppo vi sono molti altri errori nell’occamismo  (per esempio, la negazione della distinzione reale tra sostanza e accidenti prepara la negazione luterana della transustanziazione sostituita dalla companazione), ma qui tratto solo quelli metafisici e logici sugli universali, che preludono all’empirismo e al soggettivismo, i quali, assieme al kantismo e all’hegelismo, sono le basi del modernismo, come ha spiegato S. Pio X.

Il nominalismo, spiega l’eminente studioso di Occam padre Carlo Giacon, è erede della sofistica greca antica, combattuta da Socrate, Platone e Aristotele. Successivamente è stata ripresa dall’empirismo o sensismo inglese, secondo cui la conoscenza umana non è  razionale, ma solamente sensibile. Il nominalismo è all’origine dell’individualismo sensista filosofico, del liberalismo politico e del liberismo economico e quindi del libertarismo morale. Infatti secondo il nominalismo si può conoscere solo il fatto e il singolare nella sua singolarità sensibile. Quindi esso è l’apoteosi dell’individualismo e la negazione della metafisica, della speculazione intellettuale, della sana ragione e del senso comune.

Guglielmo Occam (1300-1349) è il re del nominalismo. Egli ha voltato le spalle alla scolastica medievale ed ha aperto la via alla filosofia moderna e soggettivista. Rifiuta la metafisica in nome della logica e concede, con 300 anni di anticipo su Cartesio, un primato al pensiero sulla realtà. Si oppone al realismo della conoscenza in nome di una sorta di criticismo pre-kantiano. Non edifica ancora la filosofia moderna, ma demolisce quella perenne e da questa dissoluzione della scolastica medievale nasce la modernità filosofica nella sua pars construens.

Padre Carlo Giacon scrive: “Occam col suo nominalismo logico, che nega il valore oggettivo della conoscenza razionale, e con il suo pre-agnosticismo metafisico, che sopprime le basi razionali della fede e porta al soggettivismo e allo scetticismo, […] influì sulla formazione della filosofia moderna” (Occam, Brescia, La Scuola, II ed., 1945, p. 120).

In metafisica Occam nega la distinzione reale tra essenza ed essere (Summa  logicae, III, 2, 27), tra atto e potenza, tra sostanza e accidenti ed afferma che la conoscenza razionale non può arrivare a dimostrare l’esistenza di Dio (Quodl., I, q. 1), l’esistenza di qualsiasi relazione tra ragione e fede.

In breve per Occam la ragione non può conoscere le essenze delle cose e neppure il Trascendente, la logica non è una conoscenza oggettiva e reale del mondo extramentale (In Ium Sent., dist. 3, q. 8). L’uomo ha solo una conoscenza sensibile del singolare, del fenomeno che cade sotto i sensi, di ciò che è sperimentabile (Quodl., I, q. 13; In IIIum Sent., dist. 9, q. unica). In ciò egli è un precursore del sensismo empirista dell’illuminismo inglese del XVIII secolo in quanto lo stesso Occam “riduce la realtà solo a ciò che è empiricamente verificabile”. Quindi “dalla posizione occamista al soggettivismo moderno non c’è che un passo brevissimo”.

 ~

Le conseguenze morali del nominalismo

L’errore principale, che sta alla  base della morale soggettivista e relativista detta “della situazione”, risiede nella filosofia nominalista, moderna e contemporanea e nella teologia protestantica e modernistica, che sostituiscono l’io pensante alla realtà oggettiva ed annullano la libertà umana ed il valore delle opere buone oggettive e reali per rimpiazzarle col sentimento morale soggettivistico dell’uomo, che si trova a vivere ed agire in una particolare situazione.

In breve è lo stesso errore del modernismo classico (che voleva sposare la filosofia moderna soggettivistica e relativistica con il dogma cattolico, relativizzandolo e svuotandolo dal di dentro), ma trasposto dal campo teoretico e dogmatico a quello pratico e morale. Il modernismo dopo aver fatto tabula rasa nel campo teoretico si è scagliato contro quello pratico ed etico con la nuova morale della situazione della nouvelle théologie. Si può dire, quindi, che la morale della situazione rappresenta lo stadio terminale del neomodernismo, che vuol distruggere anche l’agire umano morale secondo la natura e la legge divina.

La conclusione pratica e morale del nominalismo, negando filosoficamente che ogni uomo mantiene la stessa essenza o natura di essere umano (animale razionale e libero) nelle situazioni particolari e concrete in cui si trova a vivere, è che la situazione soggettiva ha il primato sulla legge morale e diventa, così, la regola dell’agire etico dell’uomo. È la situazione soggettiva che rimpiazza la legge e la morale oggettiva.

È per questo che Occam nega la moralità intrinseca della azioni umane, poiché nominalisticamente il criterio della moralità è estrinseco all’oggetto dell’azione umana (G. Occam, In IV Sent., q. 9; Centiloqium theologicum, conclusione 7, B, F).

 ~

Le conseguenze ecclesiologiche del nominalismo

L’individualismo del nominalismo di Occam applicato alla teologia sulla Chiesa produce una dottrina ecclesiologica protestantica e modernistica.

Infatti “anticipando un metodo che sarà praticato sistematicamente da Lutero, Calvino, Zwingli ed anche dai più recenti critici delle strutture ecclesiastiche (v. Hans Küng), Occam elimina tutte le acquisizioni dottrinali accumulate dalla Tradizione, per richiamarsi esclusivamente agli insegnamenti delle Lettere di San Paolo e agli altri scritti neotestamentari (Dialogus, I, 1, cc. 1-6). Gli asserti del Nuovo testamento e la vita della Chiesa primitiva rappresentano per Occam il solo termine di paragone per giudicare di fede e di verità (Dialogus, I, 1, c. 5)” (B. Mondin, Storia della Teologia, Bologna, ESD, 1996, vol. II, p. 493).

Il cardine dell’ecclesiologia occamista è che i fedeli sono il primo soggetto della verità salvifica e non la Chiesa gerarchica (Dialogus, I, 5, 29; ivi, I, 1, 4; Octo quaestiones, VII, 117; Opus nonaginta dierum, c. 6).

Questo principio è la conseguenza logica del soggettivismo individualista di Occam. Come non vi sono nature ed essenze, ma solo individui; così non vi è una Chiesa gerarchica e giuridicamente strutturata, ma vi sono i singoli fedeli. “La Chiesa di Occam ha la sua realtà negli individui credenti  che la compongono. Questa teoria ecclesiologica è perfettamente in linea con i princìpi fondamentali della filosofia occamista tutta incentrata sul singolare, sull’individuo e fortemente allergica verso tutto ciò che è comune: l’universale, il necessario. […]. L’esigenza delle varie strutture, inclusa quella del suo Capo visibile, il Papa viene fortemente ridimensionata” (B. Mondin, cit., p. 494).

Inoltre Occam reputa che il Papa possa essere eretico ed allora diventa inferiore al singolo cristiano fedele e può essere giudicato e deposto da lui (Dialogus, I, 5, 3). Infine Occam nega l’infallibilità del Papa ed ammette quella dei singoli fedeli (Dialogus, I, 5, 3, cc. 25-28).

 ~

Liberismo e nominalismo

L’individualismo occamista applicato alla Società civile produce la dottrina politico/finanziaria liberale e liberista.

Occam parteggia per la separazione tra potere temporale e spirituale (precorrendo il separatismo del liberalismo politico) e per di più pensa che l’Imperatore sia superiore al Papa (anticipando lo Stato assoluto hegeliano).

L’origine nominalistica del liberismo finanziario è affermata dagli stessi economisti liberisti che scrivono: “Il liberismo pretende una dignità filosofica, innestandosi nell’individualismo.  Il collettivo, per i liberisti, non trascende mai gli individui. Nulla può sostituire l’individuo, il che sancisce la sacralità di ogni vita umana. Nel liberismo vi è un umanesimo particolarmente sensibile […] all’imprenditore.  Il liberismo, pur vicino all’anarchismo individualistico, se ne distacca nettamente: l’anarchico sembra attribuire poco peso all’economia, quasi che la natura provvida bastasse a soddisfare l’uomo non appena si rimuovessero i danni artificiosi del governo; non così il liberista, che guarda alla natura come a qualcosa da conquistare prometeicamente” (A. Chilosi, Enciclopedia dell’Economia, Milano, Garzanti, 1992, pp. 643-645).

Come si vede il liberismo è una conseguenza economica della filosofia nominalista, individualista, soggettivista ed empirista,  la quale ultima asserisce che l’uomo – come l’animale – ha soltanto una conoscenza sensibile del singolare e non una conoscenza intellettuale, che, oltrepassando i fenomeni contingenti, arriva alla sostanza universale delle cose create e da esse risale verticalmente alla loro Causa prima increata. L’individuo è soggetto ed oggetto di conoscenza puramente sensibile, non esistendo la conoscenza razionale.

La filosofia perenne ritiene che per natura l’uomo è animale razionale e libero, cioè fatto per conoscere razionalmente il vero e amare il bene, e socievole, cioè fatto per vivere in Società civile o politica. 

La modernità individualista e soggettivista (G. Occam † 1349, N. Machiavelli † 1527, T. Hobbes † 1679, J. Locke † 1704) ribalta la dottrina sulla natura socievole dell’uomo e lo presenta come un individuoapolitico” o “asociale” poiché la natura o l’essenza universale e stabile sono inesistenti per la modernità, che è figlia del nominalismo occamista. Quindi l’ordine sociale e politico non è più un dato naturale, ma un qualcosa di artificiale e soggetto a manipolazioni individuali e soggettivistiche umane (v. Hobbes e Rousseau).

Secondo Aristotele solo nella Società civile o politica e non da solo, individualisticamente o isolatamente, l’uomo perviene alla realizzazione piena e perfetta delle sue potenzialità. Onde l’uomo è “animale socievole per natura”.

Secondo la modernità “natura” dice “conflitto” (Hobbes) e “non-socievolezza”, “non vita in società comune” così “politica”, dice solo “ordine individuale” e non sociale. Quindi l’uomo, secondo la filosofia pratica o morale sociale della modernità, non è per natura socievole o politico, ma naturalmente individualisticamente ‘a-sociale’ o ‘anti-sociale’ e conflittuale, rivale, nemico o bellicoso e solo per un patto aliena la sua individualità e libertà, che lo rende assolutamente indipendente, in favore di un’Autorità, affinché lo aiuti a vivere fisicamente al riparo dall’aggressività altrui.

Da questo principio nominalista derivano due scuole di pensiero. La Prima Scuola, insistendo per eccesso o radicalmente sul carattere individualistico, bellicoso e ‘a-sociale’ dell’uomo, postula uno ‘Stato assoluto’ o Leviatano (T. Hobbes  † 1679) oppure uno ‘Stato etico’ (W. F. Hegel † 1831), il quale è necessario per far vivere gli uomini assieme, eliminando con la forza ogni conflittualità insita nella natura di ciascuno (“homo homini lupus”, Hobbes). Questa Scuola di pensiero concede poco spazio all’individuo e tutto o moltissimo allo Stato, ma sempre antropocentricamente per assicurare l’assoluta indipendenza dell’individuo soprattutto da Dio e dalla Legge naturale-divina oggettiva ed immutabile.

La  Seconda Scuola insiste per difetto (tendendo a ridimensionare la distruttività della conflittualità umana) sull’individualismo liberale e fa dello Stato una mini-entità solamente utile (utilitarismo) e non naturale né necessaria (come era lo ‘Stato assoluto’ di Hobbes o lo ‘Stato etico’ di Hegel) al vivere in comune (Locke † 1704). Essa concede il massimo spazio all’individuo e il minimo allo Stato, ma sempre antropocentricamente per la dignità assoluta dell’individuo, che viene fatto coincidere con la Divinità.

Come si vede ciò che accomuna l’iper-statismo (di Hobbes e Hegel) e il mini-statismo (di Locke † 1704, Mises † 1973, Hayek † 1992, Notzick † 2002 e Friedman † 2006) è la filosofia antropocentrica, secondo cui “la natura umana è indipendente da qualsiasi relazione” con Dio o gli altri uomini.

L’uomo allora diventa un Ego-ista pratico (e non è più un animal naturaliter sociale), al quale è necessario (Hobbes-Hegel) o conveniente (Locke, von Mises, von Hayek, R.  Notzick, M. Friedman) organizzare uno Stato per raggiungere la sicurezza in ordine al ‘semplice vivere’ e sopravvivere fisicamente e materialmente. Per la modernità (sia pan-statista sia individualista) l’uomo è realmente tale se è “sciolto” (“ab-solutus”) dalla volontà altrui, anche e soprattutto da quella di Dio, e solo il proprio interesse, comodo o necessità di sicurezza per la sopravvivenza o il semplice ‘vivere fisico’ lo spinge a legarsi ad altri in uno Stato. L’uomo è il padrone di se stesso e concede allo Stato (tramite un “patto” e non per natura) un potere su di sé solo per assicurarsi la libertà dalla violenza altrui, che gli permetta di sopravvivere. La Società civile è un’invenzione o artefatto dell’individuo (e non un dato di natura) per la tutela della propria libertà e proprietà personale e per il mantenimento di relazioni disciplinate con gli altri. Quindi non bisogna equivocare e pensare che il ‘pan-statismo’ di Hobbes e lo ‘Stato etico’ di Hegel siano una negazione dell’antropocentrismo, dell’individuo assoluto e dell’individualismo di Locke. No! Essi sono soltanto una creazione dell’individuo per mantenere la sicurezza del suo vivere, della sua proprietà privata ed essere tutelato dall’aggressività degli altri. Soltanto l’hegelismo di sinistra o collettivismo materialista marxista ha negato la proprietà privata dell’individuo, ma sempre pensando di renderlo libero dall’Altro, cioè da Dio e da ogni Autorità che partecipa finitamente e creaturalmente quella divina.

Il principio e fondamento teoretico della politica o prassi moderna è l’antropocentrismo integrale che è ateismo radicale in maniera esplicita in Marx ed implicita in Hobbes (ateismo mascherato da “agnosticismo-utilitaristico”) ed Hegel (ateismo mascherato da “panteismo-spiritualistico”). Il fine dello Stato – per la modernità – non è la ‘vita virtuosa’ come per Aristotele e San Tommaso, ma il vivere sic et simpliciter, ossia fisicamente e materialmente. La Società civile è creazione dell’uomo per mezzo della quale egli realizza un “ordine” artificiale (‘massimo’ per Hobbes ed Hegel e ‘minimo’ per Locke) in cui l’individuo possa essere difeso dal disordine naturale o dall’aggressività bellicosa intrinseca all’uomo. Insomma la Società è un male in quanto limita la libertà assoluta dell’individuo, ma è un male assolutamente necessario (Liberalismo conservatore di Hobbes-Hegel) oppure solamente conveniente (Liberalismo radicale di Locke). La modernità ha decretato il divorzio teoretico tra essenza e individuo, tra intelletto e sensibilità, tra natura e grazia, tra ragione e fede e il divorzio pratico tra natura e politica.

 ~

Conclusione

È indubitabile che all’origine del liberismo, del modernismo e della morale relativista vi sia il nominalismo occamista, che ha dato luogo all’empirismo dell’illuminismo liberale britannico del XVIII secolo. S. Pio X era solito ripetere l’adagio di S. Tommaso d’Aquino: “parvus error in principio fit magnus in fine”. Se si trascura la vera metafisica dell’essere, pian piano si scivola verso gravi errori politici e teologici sia dogmatici che morali. Ogni rivoluzione è preparata da un’eresia e questa è preceduta da una falsa filosofia. Quindi per mantenere integra la nostra fede, in questi tempi di apostasia generale, torniamo alla fonte della sana filosofia di S. Tommaso d’Aquino.

Padre Mondin ha scritto: «Non più Dio, ma l’uomo è contemplato come creatore della realtà. Hegel è il punto culminante e insuperabile della cultura moderna, che parte da Occam: epoca che si consuma nell’ateismo o nichilismo assoluto, come esito dell’individualismo antropocentrico o umanesimo assoluto; o Dio si identifica panteisticamente col mondo, oppure è negato [ateisticamente] o ucciso” [nichilisticamente] come realtà oggettiva in sé e per sé esistente».

Onde bisogna passare al rimedio: la vittoria sul soggettivismo mediante il recupero di ideali e di valori supremi. Ma, non è un’operazione facile, poiché implica una vera e propria conversione spirituale. Infatti “è ridicolo andare in cerca di ragioni contro chi, rifiutando il valore della ragione, non vuol ragionare” (Aristotele, Metafisica, IV, 4). Non si può dialogare con il nominalista che nega l’esistenza delle essenze, il valore della ragione e delle idee: “Cum negante principia nequit disputari”.

Il ritorno alla metafisica classica, perfezionata dalla scolastica tomistica, è non un ritorno acritico a certe idee e costumi del passato (i castelli, le corazze, le spade, le balestre, le candele, i cavalli e i cavalieri), ma l’assimilazione e la fruizione di alcuni messaggi e princìpi della saggezza antica o perenne.

La cultura contemporanea ha perduto nel pensare e nel vivere il senso di quei grandi valori, che nell’età antica e medievale costituivano i punti di riferimento essenziali e in larga misura irrinunciabili, anche se durante le feste patronali rispolvera folcloristicamente i castelli, le corazze, le spade, le balestre, le candele, i cavalli e i cavalieri.

 Alla filosofia attuale o post-moderna, manca la ragion d’essere, il fine e lo scopo di vivere, la risposta al “perché?”. Questo è il nominalismo nichilistico filosofico, ove i valori supremi (natura, essenza, essere, conoscere, morale) si s-valorizzano; infatti non restano più l’essere per partecipazione e per essenza, la realtà, la verità, il bene, resta solo l’individuo, i sensi e il “nulla”.

L’antropocentrismo individualistico del nominalismo e della modernità, dopo essersi auto-deificato in un delirio di onnipotenza, si è rivoltato contro se stesso in un impeto di follia nichilistica auto-lesionista. Dopo aver negato la trascendenza, la vorrebbe uccidere assieme a Dio e a tutti i valori ad esso connessi.

Per non restare solo alla pars destruens, il nominalismo, l’empirismo e il nichilismo vorrebbero uscire dall’annichilazione totale dei valori tramite la volontà soggettivistica di potenza dell’Io assoluto, come oltrepassamento del nichilismo tramite la morale della situazione e il liberismo economico. Il traslocamento dei valori dalla sfera dell’essere e della trascendenza alla sfera immanente della volontà individuale di potenza e dell’affaristica, costituiscono la tappa conclusiva e compiuta (pars construens) del nichilismo.

L’individuo ha cercato, così, di dare a se stesso gli attributi che prima conferiva a Dio. Ma “l’uccisione di Dio” comporta anche l’eliminazione di tutte le proprietà e gli attributi divini, per cui dopo aver “ucciso Dio” l’uomo resta senza Dio e senza potersi appropriare delle sue qualità; mentre il Dio tradizionale, trascendente e personale, lo aveva reso “partecipe della sua natura divina”, in maniera limitata e finita, tramite la Morte e Resurrezione di Cristo fonte, della grazia santificante.

“Chi troppo vuole nulla stringe”: prima (con la modernità idealista) l’uomo o l’Idea ha preteso di prendere il posto del Dio reale e oggettivo; poi con la post-modernità nichilistica l’uomo ha voluto “uccidere Dio” e ogni “Idea” di Dio, pur soltanto soggettiva, per fare il super-individuo, ma è rimasto un individuo solo con se stesso, isolato e disperato. Il deicidio nichilistico dell’Essere immutabile e trascendente si fonda sulla volontà individualistica di potenza idealisticamente creatrice o liberisticamente imprenditrice e sul divenire o evoluzione parimenti creatrice.

I filosofi si adeguano e assentono a essenze oggettivamente e realmente vere, gli ideologi fingono di credere ad una percezione o sensazione soggettiva e individuale e, dopo essersene auto-convinti, la propinano ai loro “fedeli”. È la prassi del tener per vero, anche se non lo è. L’ultima categoria di “ideolo-sofisti” sono i “chierici modernisti” che farisaicamente non si curano della loro anima e della realtà oggettiva, ma di ciò che fa loro comodo (“morale della situazione”) ed aggravano l’errore filosofico dell’ideologismo, rendendolo un errore a-teologico.

Il vero filosofo è il contrario dell’ideologo: egli sa vivere e morire in accordo con il proprio pensiero, che ha cercato di adeguare alla realtà lungo il corso di tutta la sua esistenza, mentre l’ideologo è in disaccordo con il retto pensiero o adeguazione dell’intelletto alla realtà e si vuol auto-convincere che il soggetto è superiore all’oggetto, il pensiero alla realtà, la prassi alla teoria, il fare all’essere, il produrre al conoscere la verità. Egli deve vivere di menzogne, soprattutto deve mentire a se stesso, poiché verità viene dal greco aletheia, ossia alfa privativo più lanthano, che significa “non-nascosto” onde la verità appare chiara se si scruta con onestà la realtà, mentre la si deve nascondere se si vuol vivere secondo i propri comodi e non secondo la realtà quando è scomoda.

Già Aristotele, circa 300 anni prima di Cristo, scriveva a proposito di coloro che negano l’evidenza: “Eraclito [Occam] dice di negare il principio di non contraddizione, ma allora perché va a Megara e non se ne sta tranquillo a casa pensando di camminare? E perché non si getta nel pozzo, ma si guarda bene dal farlo proprio come se pensasse che cadere non è lo stesso che non cadere?” (Metafisica, IV, 4, 1008 b). Onde “lo scettico [nominalista] coerente dovrebbe chiudersi nel mutismo assoluto, perché parlare vuol dire avere ed esprimere certezze. Quindi Cratilo finì col tacere e muoveva solamente il dito” (Aristotele, Metafisica, IV, 5, 1010 a). In breve ogni uomo fuori della discussione filosofica è immancabilmente realista e per il nominalista nell’atto di filosofare vale sempre ciò che scriveva Aristotele riguardo ai sofisti del suo tempo: “non si crede a tutto ciò che si dice” (Metafisica, IV, 3, 1005 b). Infatti lo scettico Pirrone “per coerenza si sforzava di non badare ai precipizi, ma, assalito da un cane, si impaurì, ben distinguendo un cane da un agnello” (Diogene Laerzio, Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi, IX, 2).

Già Hobbes, pur non volendo come Nietzsche prendere il posto di Dio, ha cercato col pretesto che la controversia, specialmente se teologica, prepara la guerra di religione di togliere alla teologia e a Dio stesso lo spazio reale, ontologico e oggettivo che Egli ha.

Così il cristianesimo progressivo e timido di oggi, derivante dal nominalismo di Occam e dall’empirismo di Hobbes, per paura di “guerre di religione” cerca di minimizzare la portata reale dei problemi che hanno svuotato l’essenza del vero cristianesimo per dar posto ad un cristianesimo individualistico e soggettivistico.

Però non c’è maggior disperato di colui che pensa e vuol pensare che le cose stiano come pare e piace a lui. Infatti la realtà non è mai ideale. La filosofia classica, patristica e scolastica rispondono che la contemplazione (conoscenza razionale e amorosa) della verità e della realtà oggettiva è il supremo valore umano, dacché l’uomo è animale razionale e libero (e solo lui stesso può rendersi intimamente schiavo allontanandosi dalla verità per aderire al comodo).

D’altronde già Platone nella Repubblica asseriva che la contemplazione ha una dimensione politica o sociale, poiché la conoscenza della Verità somma e del Bene supremo salva non solo l’individuo, ma la famiglia e l’insieme delle famiglie che formano la polis o città (= viver assieme in una società perfetta di ordine temporale).

Perciò non si tratta di aumentare (con la prassi e la tecnica) le cose che l’uomo ha, ma di incrementare, con la contemplazione della verità, l’uomo stesso sia come individuo razionale e libero sia come animale socievole, che realizza nella polis la sua vera natura, poiché da solo non ci riuscirebbe: “nessun uomo è un’isola”, neppure Occam, i nominalisti e i liberali, “tranne gli eremiti e i folli”.

Tuttavia, se la filosofia classica greco-romana era arrivata alla metafisica, alle sostanze e all’essere con la “Seconda navigazione” filosofica (dal sensibile al meta-sensibile), solo il Cristianesimo può perfezionare la natura mediante la grazia e farci giungere con la “Terza navigazione” spirituale dall’essere al soprannaturale, che è “una partecipazione limitata e finita della vita di Dio”.

Solo la Croce può fare attraversare il burrascoso mare della vita. La “Terza navigazione” davvero potrebbe liberare l’uomo d’oggi dai suoi mali, e comporta il capovolgimento radicale di un mondo sottosopra, in cui non c’è più spazio per Dio, per la verità, per la conoscenza e la morale. Onde occorre ribaltare a 180° i contro-valori del mondo attuale che inizia con l’occamismo e riportare l’asse ai valori, non del passato cronologico che in quanto tale è andato e non può tornare, ma ai princìpi metafisici perenni di ieri, oggi e domani, i quali essendo connaturali all’uomo non possono preterire. Dopo aver toccato l’orlo dell’abisso l’uomo post-moderno deve avere il coraggio di dire: adesso che tutto è finito si deve ricominciare. Christus heri, hodie et in saecula! Gli individui passano e muoiono, le essenze restano e permangono: “Stat beata Essentia dum nominalismus volvitur”.

 .

d. Curzio Nitoglia

30 aprile 2014

http://doncurzionitoglia.net/2014/04/30/dal-nominalismo-al-modernismo-passando-per-lempirismo/

http://doncurzionitoglia.wordpress.com/2014/04/30/dal-nominalismo-al-modernismo-passando-per-lempirismo/

 

.

.

.

 

 

 

 

This entry was posted in Articoli don Curzio Nitoglia, Empirismo, Filosofia, Guglielmo Occam, Modernismo, morale cattolica, Nominalismo, Teologia morale cattolica, Tradizione Cattolica and tagged , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.