Forza e Fortezza, Superomismo Postmoderno ed Eroismo Soprannaturale ~ Virtù Naturali e Virtù Cristiane

Sopportare con troppa pazienza le ingiurie fatte a Dio e_ cosa empia

Forza e Fortezza,

Superomismo Postmoderno
ed Eroismo Soprannaturale

 Virtù Naturali e Virtù Cristiane

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“Sopportare con troppa pazienza le ingiurie fatte a Dio è cosa empia”
(S. Tommaso, S. Th., I-II, q. 136, a. 4, ad 3um).

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Introduzione

Oggi si ritiene comunemente che il Cristianesimo svirilizzi l’uomo, lo indebolisca o lo droghi (come dicevano nell’antichità Proclo, Porfirio e Giàmblico, nella modernità Machiavelli e poi nella post-modernità Nietzsche, Freud e Marx). Il neopaganesimo e il naturalismo post-moderni e attuali (Scuola di Francoforte e Strutturalismo francese sessantottino) riprendono tale accusa dell’antichità pagana e della modernità immanentistica e vedono nell’umiltà cristiana  una degradazione di sé e un atteggiamento senza coraggio né forza.

Alla fonte di queste polemiche vi sono le due concezioni diametralmente opposte della vita: 1°) quelle dell’antico paganesimo (come religiosità popolare degenerata, orgiastico/politeistica, ben distinta dalla filosofia classica pre-cristiana); dell’immanentismo naturalista moderno e del nichilismo postmoderno o contemporaneo e 2°) quella della metafisica perenne e del cristianesimo.

La prima (paganesimo/immanentismo/nichilismo) concepisce l’uomo come un assoluto, completamente autonomo e senza alcuna relazione con un Dio personale e trascendente: egli è sottomesso ad un destino cieco che lo determina  e che deve affrontare impassibilmente.

Il Cristianesimo, invece, crede in un Dio personale, trascendente, creatore e provvido, di cui l’uomo è una creatura limitata e finita ma intelligente e libera, in rapporto con Dio che ha un piano provvidenziale su di lui; pertanto l’uomo deve accettare con fortezza le circostanze più dure della vita, nella fede che Dio si serve di esse per affinare la sua anima, e nello stesso tempo deve essere fortissimamente risoluto ad essere fedele, a qualsiasi costo, alla legge naturale e divina, che è inscritta nell’animo di ogni uomo, anche del pagano, e quindi è nota a tutti (anche all’uomo di oggi) tranne a chi non vuole ammetterla perché non gli fa comodo.

Come si vede, queste due filosofie sono inconciliabili, quindi era inevitabile che si accusassero vicendevolmente di essere una storpiatura della fortezza.

Il paganesimo come religiosità popolare (poiché come filosofia ha toccato i più alti vertici della speculazione teoretica e morale: vedi Socrate, Platone, Aristotele, Cicerone e Seneca),  il neopaganesimo  moderno immanentista e il nichilismo contemporaneo apostatico fanno consistere la fortezza soprattutto nella forza fisica, nel coraggio spietato, nella volontà di potenza, nella durezza crudele e nell’impassibilità di fronte alle difficoltà e nel far mostra della propria superiorità sino ad umiliare e a distruggere il concorrente.

Il Cristianesimo, invece, ci presenta la forza umana come partecipazione dell’onnipotenza divina, la quale si degna di comunicare o partecipare all’uomo una porzione della sua forza. Quindi è in Dio che l’uomo acquista una sicurezza invincibile: conscio dei suoi limiti, l’uomo sa, tuttavia, che “può tutto in Colui che gli dà forza” (S. Paolo).

 Natura della vera fortezza

S. Tommaso d’Aquino formula nella maniera più alta la teologia della fortezza soprannaturale e cristiana (S. Th., II-II, q. 123 in 10 articoli; In III Ethic., 1.14; In VI Ethic., 1.7, n. 1196; Giovanni da San Tommaso, In I-II, dist. 18, art. 6)  e mette bene a fuoco i limiti di quella naturalista.

La fortezza rimuove gli ostacoli che derivano dalle difficoltà e che impediscono all’uomo di vivere bene, ossia conformemente alla retta ragione e alla libera volontà (S. Th., II-II, q. 123, a. 2). Quindi ogni volta che gli ostacoli, le difficoltà, le cose ardue ci impediscono di applicare la retta ragione alla conoscenza della verità o alla soluzione di un problema e ci impediscono, perciò, di praticare liberamente ciò che la ragione ha conosciuto, vi è un difetto di fortezza.

Un cardinale morto recentemente, che è stato imprigionato per 20 anni in Cina, scriveva: “sono cristiano a metà quando le mie scelte sono indecise, quando sono vile ed mi faccio vincere dalla paura di impegnarmi  e di schierarmi, quando mi faccio vincere dalla paura delle complicazioni e delle sconfitte umane, quando son pronto a scendere a patti con l’errore e il male, quando non oso dire chiaramente la verità!”.

Aristotele, il genio della metafisica classica e pagano/filosofica, nell’ Etica Nicomachea, (1115a, 6) riduceva la fortezza, virtù umana e puramente acquisita o naturale, entro l’ambito della vita civile e terrena (la guerra per difendere la Patria), mentre il Cristianesimo la ordina ad un fine ultimo soprannaturale (il martirio per difendere le virtù cristiane), ad una felicità eterna, cui si può giungere attraverso il martirio, atto supremo di fortezza, il quale sorpassa infinitamente  i valori umani e naturali del paganesimo; ad esempio il martirio, sopportato per difendere e per ottenere il bene sommo che è Dio è molto superiore alla morte naturalmente eroica del soldato in guerra, per difendere la Patria. Tuttavia San Tommaso, che non disprezza la natura, ma la concepisce come presupposta dalla grazia ed elevata da essa (S. Th., I, q. 91, a. 8, ad 2), insegna anche che la fortezza naturale si mostra in battaglia poiché essa sostiene la volontà del soldato nel voler difendere il bene comune durante la guerra lecita (S. Th., II-II, q. 123, a. 5).

L’Angelico bada bene a non disprezzare la virtù naturale o pagana (diversamente da Bajo secondo il quale ogni atto del pagano è peccaminoso), poiché “la grazia presuppone la natura, non la distrugge ma la innalza” (S. Th., I, q. 91, a. 8, ad 2).  Quindi egli riconosce i valori umani e buoni – anche se limitati o finiti – della filosofia morale pagana (cfr. S. Th., I-II, qq. 123-140) e nello stesso tempo mostra che la virtù soprannaturale o cristiana sorpassa quella naturale o pagana come il cielo sorpassa la terra; ciò non significa che ogni cristiano sia per se stesso più virtuoso dei più grandi eroi pagani, vuol dire soltanto che la virtù infusa da Dio (o soprannaturale) sorpassa quella acquisita dall’uomo (o naturale). Se il cristianesimo rinuncia a qualcosa lo fa sempre per ottenere un bene superiore. L’Angelico condanna solo i vizi della malsana religiosità della paganità (spavalderia, audacia, presunzione, ambizione, vanagloria, pusillanimità, mollezza e cocciutaggine) e non la sana filosofia del paganesimo alla quale si è formato studiando Platone e specialmente Aristotele.

La vera fortezza evita la paura eccessiva, che ci ritrae dalle cose difficili,  ed anche la eccessiva audacia, spavalderia o temerarietà (S. Th., II-II, q. 123, a. 3). Essa, inoltre, modera l’ira sregolata (ivi, a. 10). In breve “ogni eccesso è un difetto”, la spericolatezza non è fortezza, ma un eccesso e quindi un  difetto di fortezza. Questa consiste nell’agire secondo ragione e nel non retrocedere di fronte alle difficoltà e nel sormontare gli ostacoli che vorrebbero impedirci di evitare il male e di fare il bene; mentre la temerarietà o la paura eccesiva non sono regolate dalla ragione, anzi sono irrazionali e son prodotte dell’istinto e dalle passioni (ivi, q. 127, a. 1).

La mollezza o arrendevolezza, essendo un troppo facile recesso dal bene per futili motivi e piccole difficoltà, sono un difetto di fortezza (ivi, q. 138, a. 1).

Il cristiano può e certe volte deve agire fortemente aiutandosi con la santa collera (che non toglie l’uso della ragione come l’ira sregolata, ma essendo una “proto-passione” serve ad intensificare l’atto virtuoso della fortezza), essa è un atto della ragione che deve seguire la libera scelta della volontà e non precederla. Ad esempio Mosè (Es., XXXII) quando vide il vitello d’oro, per vendicare l’offesa fatta a Dio, fece uccidere circa ventitremila persone; oppure Mattatia (1 Macc., II), vedendo un giudeo che stava sacrificando agli idoli, si volle accendere di santa ira e lo uccise sull’altare; per non parlare di Gesù che cacciò a frustate decine e decine di mercanti dal Tempio e rovesciò con forza sovrumana tutti i loro banchi di compra-vendita. Il Cristianesimo non è perciò debolezza, arrendevolezza, pacifismo, ma quando è d’uopo sa usare la forza e la collera ordinata per riparare un torto o riportare l’ordine: “Non pensate che  Io sia venuto o portare la pace sulla terra, ma la spada” (Mt., X, 34) insegna Gesù. Sopportare, insegna s. Tommaso, “con troppa pazienza le ingiurie fatte a Dio è cosa empia” (S. Th., I-II, q. 136, a. 4, ad 3um). Si pensi alle Crociate, alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), di Vienna (11 settembre 1683) o alla Guerra civile di Spagna (1936-1939), definita dall’Episcopato spagnolo (Lettera collettiva sulla guerra civile di Spagna, 1937) e da Pio XI, che approvò la “Lettera collettiva dell’Episcopato spagnolo, “la grande crociata contro il bolscevismo giudaico/massonico”.

La legittima difesa e la guerra difensiva sono patrimonio del pensiero cristiano che da duemila anni fornisce eroi e martiri sovrumani, i quali sorpassano l’eroismo pagano come l’ordine “sopra-nnaturale” sorpassa (come dice la parola) quello naturale.

La paura, la viltà o timore disordinato (S. Tommaso, S. Th., I-II, q. 125, a. 1) è peccato, è un vizio (ben distinto dalla malattia o fobia, che non è imputabile moralmente), essa è peccaminosa quando fa abbandonare alla volontà libera un bene che deve essere ottenuto, o fa abbracciare un male da evitarsi. Per aiutarci a vincere la viltà Cristo – insegna l’Aquinate – volle affrontare la morte di croce, con tutti i supplizi annessi, dandoci un esempio eroico di perfetta virtù. Anche la pusillanimità o il perdersi d’animo, la falsa umiltà che non vuole agire per un bene sotto pretesto di non voler peccare di presunzione è un peccato. Essa porta alla meschinità, a sottovalutare le proprie qualità o i talenti che Dio ci ha dati, ci porta dunque a procrastinare (“domani domani/cras cras”, come dice “la seconda classe d’uomini” di cui parlano gli Esercizi spirituali di S. Ignazio da Loyola, n. 154) ogni decisione, ci immerge in un’agonia di indecisione che non si districa mai dalle paure immaginarie, mentre il Cristianesimo ci insegna che l’animo umano è creato per cose grandi, anzi infinite: Dio e la eterna beatitudine.

Nella Passione di Gesù si vedono come in un film le differenze tra l’audacia irrazionale e la fortezza virtuosa e ragionevole.

Gesù volle cominciare “ad avere noia, paura e tristezza”, ma disse: “Padre, se è possibile passi da Me questo calice, tuttavia sia fatta la Tua e non la Mia volontà”. Quindi andò a svegliare gli Apostoli dicendo: “surgìte eamus/in piedi andiamo…” e di fronte ai soldati che chiedevano: “sei tu Gesù di Nazareth?” rispose con tanta e tale fermezza da atterrarli: “Sono Io! E tutti caddero a terra”. Il cuore e il segreto della fortezza di Gesù consistette nella convinzione profonda di dover essere crocifisso per salvare l’umanità. Così deve essere per noi: le convinzioni, le certezze attinte nello studio e soprattutto nella meditazione (conoscenza amorosa) quotidiana ci debbono aiutare a fare e ad agire conformemente alla ragione retta e al bene arduo e a non lasciarci distogliere dal nostro fine per preoccupazioni umane. L’uomo è un animale razionale e libero, che può dominare con la ragione e la volontà la sensibilità, ossia le passioni e gli istinti e indirizzarli al bene, senza distruggerli, ma senza neppure divenirne schiavo.

L’intelligenza illuminata dalla fede e la volontà soprannaturalizzata dalla carità dirigono, così, le passioni senza che esse dirigano noi. Di fronte e durante le aridità, le attese, le apparenti sconfitte e i “silenzi di Dio” è la fede e la speranza animate dalla carità che devono mantenerci nella ferma determinazione di fare il bene e fuggire il male, costi quel che costi.

È, infatti, più difficile resistere e perseverare in trincea sotto gli assalti del nemico che uscire da essa ed andare all’assalto inebriati dal buon andamento della situazione che ci spinge all’attacco. La consolazione e il brio naturali non sempre accompagnano le gesta eroiche, certe volte bisogna agire eroicamente o con fortezza senza entusiasmo sensibile, sopportare la noia di una lunga e snervante attesa. Allora è ancor più necessaria la fortezza soprannaturale, che venga a rinfrancare la natura assopita, scoraggiata, amareggiata, arida e desolata.

Quindi, se manca la fortezza infusa, la natura umana anche nell’uomo più ardito può venir meno e portarlo alla resa. Si pensi a Mussolini che si consegna il 27 aprile del 1945 nelle mani dei partigiani comunisti: dopo tante lotte e vittorie, di fronte alle sconfitte e ai tradimenti, umanamente si era stancato di vivere e si arrese senza curarsi persino delle sevizie che avrebbe potuto subire. Invece si pensi a S. Maria Goretti appena dodicenne che resiste alle avances di Alessandro Serenelli, lo respinge per tre volte durante tre lunghi mesi di vita sotto lo stesso tetto e si fa uccidere piuttosto che arrendersi. Certamente fisicamente Mussolini era più forte di Marietta, ma la grazia fa miracoli e rende una bambina più forte di un guerriero.

Occorre capire che passato il momento dell’entusiasmo romantico e sensibile naturalmente, la forza umana cede e un sistema fondato solo su di essa si sfalda come si sfaldò il fascismo il 25 luglio del 1943 e il 28 aprile del 1945, nonostante molti esempi di coraggio eroico a partire dal 1919. Quando l’assalto non sfonda più le linee nemiche allora arriva la vera parte della virtù di fortezza: resistere che è più difficile di aggredire.

Allora non fondiamoci sull’impeto romantico, sull’impulso istintivo, sul coraggio puramente fisico, passionale e naturale. “Nihil violentum durat/ciò che è troppo violento non dura”;  “Quando si va in montagna bisogna partire con un passo da vecchio per arrivare con un passo da giovanotto”. Bisogna costruire poco alla volta ma continuamente e non a scatti, sulla costanza, sulla pazienza, sulla riflessione, sullo studio e soprattutto sull’ascesi e sulla meditazione o colloquio quotidiano dell’animo con Dio. Altrimenti se le cose volgono al peggio, come successe per i cristiani dei primi tre secoli, di fronte ai leoni si fugge e si rinnega il proprio ideale. Chi non ha convincimenti e fede soprannaturale di fronte allo scacco naturale non ha nulla per cui combattere e si abbatte.

Certamente la natura va allenata. Garcia Moreno scalava montagne pericolose per poter affrontare la paura del nemico con maggior fermezza. La natura è presupposta dalla grazia e quindi anch’essa va educata, l’uomo è fatto di anima e di corpo e entrambi vanno coltivati, ma al fondo delle arti marziali o fisiche ci deve essere la fede e la preghiera, che è “il respiro dell’anima”. È la fede che ha fatto vincere i cristiani a Lepanto, a Vienna, all’Alcazàr di Toledo, naturalmente adiuvata dalle armi e da buoni eserciti. È la fede che ha dato la vittoria al pastorello Davide contro il gigante Golia, alla fanciulla Giovanna d’Arco contro l’esercito inglese e al colonnello Moscardo quando i rossi avevano rapito suo figlio e gli chiedevano la resa in cambio della sua salvezza. Il colonnello Moscardo rispose al figlio che gli era stato passato telefonicamente per commuoverlo e spingerlo alla resa: “figlio mio, preparati ad una santa morte. Viva la Spagna e viva Cristo re!”, il figlio gli rispose “viva Cristo re!” e, quando giunse il generale Francisco Franco a liberare gli assediati dell’Alcazàr, Moscardo sull’attenti lo salutò militarmente e gli disse: “generale, nulla di nuovo all’Alcazàr!”.

Questa fede la riceviamo da Dio, ma la dobbiamo coltivare con la preghiera, l’ascesi, la lotta per sublimare e incanalare verso il bene le passioni umane. Giustamente Cicerone disse a Giulio Cesare che, tornando vittorioso a Roma dalla campagna contro i Galli, aveva risparmiato un piccolo villaggio elvetico: “Cesare, oggi hai riportato la vittoria più bella della tua vita: hai vinto te stesso!”. Infatti la natura bellicosa di Giulio Cesare lo avrebbe spinto a schiacciare il piccolo villaggio, ma la sua naturale rettitudine d’animo lo aiutò a vincersi e a risparmiare il villaggio ed i suoi abitanti, cosa molto più difficile per Cesare che di distruggerlo.

Inoltre la fortezza è composta di due elementi : a) il sopportare (“sustinere”) cose avverse per lungo tempo senza cedere, e questa è la parte più ardua della virtù; il teologo domenicano Francisco De Vitoria, nel suo Comentarios a la Secunda Secundae (t. 5, Salamanca, 1936, pag. 300), fa notare che Aristotele non ne ha fatto una menzione speciale, sebbene la elogi mentre essa è stata lodata grandemente dal Cristianesimo; b) il sormontare (“aggredi”) cose difficili.

La fortezza rappresenta il sigillo e la custodia di tutte le altre virtù, quindi viene per ultima cronologicamente, ma non per importanza gerarchica.

“Secondo Niccolò Machiavelli” (il padre del naturalismo politico moderno), scrive padre Pedro da Ribadeneyra, “gli antichi pagani erano più forti dei cristiani e ciò sarebbe colpa dell’educazione morale del cristianesimo. Infatti il cristianesimo ci insegna a non stimare gli onori del mondo; mentre il paganesimo li fa stimare tanto come fine ultimo dell’uomo, e questo rendeva le loro azioni più feroci. (…) Secondo la sana filosofia, la virtù della fortezza non è una specie di forza corporale spaventosa (…). Neppure consiste in un animo sprezzante e temerario, che senza considerare se una cosa è (…) pericolosa o facile, azzardata e imprudente, si lascia trascinare da un impeto furioso e da pazza temerarietà (…). In realtà noi stiamo parlando della fortezza come virtù morale, arma dell’uomo forte per resistere al vano timore, moderare gli impeti, intraprendere cose difficoltose che comportano pericoli mortali, soffrire assalti con vigore e pene con costanza (…) tutto ciò per la gloria del Signore (…). Questa fortezza la chiamiamo virtù; mentre quella del Machiavelli (…), possiamo definirla solo barbara fierezza. (…) Dunque, se la fortezza è una virtù, chi sarà più forte l’uomo vizioso o il virtuoso, il cattivo o il buono? E se è un dono di Dio, a chi il Signore lo comunicherà, agli amici o ai nemici (…). A chi adorava le pietre o il legno o ai cristiani che adorano il Creatore dell’Universo (…). Dunque, per forza di cose, il cristiano è più forte del gentile”.

Inoltre padre da Ribadeneyra dimostra ne Il Principe cristiano che la blanda educazione del Seicento non è quella cristiana, ma quella umanista e rinascimentale o neopagana; infatti il Vangelo predica durezza, povertà, temperanza, lavoro e ogni virtù che generi la fortezza, e impone di educare con severità i figli. Nel quarantaquattresimo e ultimo capitolo de Il Principe cristiano ci insegna che il Principe cristiano deve onorare l’arte militare. Infatti “i buoni  soldati sono i difensori della società e del regno, proteggono la religione, rafforzano la giustizia, castigano i facinorosi, proteggono i lavoratori, i giovani, le donne e lo stesso Principe. (…) Inoltre è necessario che sia tenuta in gran conto la disciplina militare, affinché i soldati siano veramente ancorati alla fortezza cristiana e non siano banditi da strada, siano ministri di Dio e non di Satana, difensori e non distruttori della patria (…). Senza questa disciplina i soldati diventano una rovina”.

“La fortezza è necessaria al Principe per governare i popoli, essa si manifesta soprattutto in guerra e, anche se appartiene a tutti i soldati, tuttavia si addice particolarmente al Principe, che è capo e guida (…) e che fortifica l’animo dei soldati con la sua fortezza (…) ma vi sono guerre più gravi e più atroci: quelle del demonio contro le anime (…). In questo combattimento spirituale i Prìncipi cristiani devono aiutare la Chiesa (…) come scrive S. Agostino nella Lettera a Vincenzo Donatista, dove dimostra che è giusto che i pagani e gli eretici siano puniti dai Prìncipi terreni. Anche S. Gregorio, nella Lettera al Prefetto dell’Africa Pantaleone, scrive di schiacciare gli eretici donatisti e, nella Lettera all’imperatore Maurizio e a Brunilde (), di perseguitare, come idolatri, gli eretici. E anche in pace il Principe dovrà lavorare molto e spesso restare sveglio durante la notte, pensando e ripensando ai rimedi che bisognerà apprestare ai propri sudditi”.

Nel capitolo quindicesimo padre Pedro dimostra che anche la clemenza è necessaria al Principe per governare i popoli: “Se l’anima (…) comincia a trattare il suo corpo troppo severamente con digiuni e veglie, questo, ribellandosi, rifiuta di fare il proprio dovere. Così se il Principe, sull’esempio dell’anima o dello spirito, governa i popoli come sue membra con clemenza e dolcezza ed impone un giogo sopportabile, (…) sperimenterà a sua volta, che i popoli lo amano, sono obbedienti e fedelissimi senza esitazione. Se, al contrario, sperimenteranno il loro Principe non come un padre clemente, ma come un severo padrone, questi non dovrà meravigliarsi se sarà odiato ed abbandonato dai sudditi quando avrà maggior bisogno di aiuto”.

 Conclusione

La nostra è – come nel Getsemani 2000 anni fa – “l’ora del Potere delle tenebre”. Questa è l’ora dell’assalto finale dopo 50 anni di trincea anti-modernista. Dunque la nostra è l’ora che richiede la virtù soprannaturale della fortezza più che mai. Solo l’umile, il povero di spirito, il fedele, l’amante di Dio e della sua Verità resisterà. Solo il vero eroismo soprannaturale ci salverà, non l’eroismo tutto impulso, passione, fragore, tempesta, romanticismo, neppure il cristianesimo a metà, le scelte indecise, il rispetto umano di schierarci, la preoccupazione delle complicazioni e delle sconfitte umane, l’esser pronti a scendere a patti con l’errore, il non osar dire chiaramente tutta la verità.

Che Dio ci aiuti ad essere eroici come lo fu Gesù al Getsemani, i fratelli Maccabei, S. Maria Goretti, il colonnello Moscardo e tanti altri piccoli eroi (per esempio il seminarista Rolando Rivi) che in silenzio, senza scoppiettii romantici, hanno saputo “vincere se stessi e ordinare la loro vita a Dio, senza essere dominati da nessun affetto disordinato” (S. Ignazio, Esercizi Spirituali, n. 21). “Omnes Sancti Martires, orate pro nobis!”.

d. Curzio Nitoglia

19/7/2014

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