[Apocalisse 6°] ~ Breve Commento al Cuore dell’Apocalisse: Capitolo XX [seconda parte]

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[Apocalisse 6°]

COMMENTO AL CAPITOLO XX

Seconda parte (vv. 11-15)

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Il Giudizio universale

Il versetto 11° del XX capitolo inizia con la visione del Giudizio universale: “Vidi un gran trono candido ed uno che sedeva sopra di esso, dalla vista del quale fuggirono la terra e il cielo e non fu più trovato luogo per loro”. La bianchezza (Sales, La Sacra Bibbia commentata, cit., p. 675, nota 11) è simbolo della santità e della gloria del Cielo. Colui che siede sul trono glorioso o candido è Gesù (“Il Padre ha rimesso ogni giudizio al Figlio” Gv., V, 22), supremo Giudice dei vivi e dei morti (cfr. Mt., XXVIII, 18; Acta, X, 42). La terra e il cielo stellato sono tramutati in meglio e non annichilati completamente (cfr. S. Tommaso d’Aquino, S. Th., Suppl., q. 91) dalla conflagrazione universale del fuoco, strumento di Dio, che darà vita a “nuovi cieli e nuova terra” (Ap., VI, 12; I Cor., VII, 31; II Petri, III, 7).

“E vidi i morti, grandi e piccoli, stare davanti al trono, e si aprirono i libri, e fu aperto anche il libro della vita, e i morti furono giudicati secondo quello che era scritto nei libri riguardo alle loro opere” (v. 2). L’Apostolo parla della risurrezione dei morti, senza eccezione alcuna: “grandi e piccoli” di ogni età e di ogni stato sociale (Landucci, Commento all’Apocalisse di Giovanni, cit., p. 222, nota 11); “buoni e cattivi, martiri e peccatori, tutti senza eccezione alcuna” (A. Romeo, La Sacra Bibbia, cit., p. 847, nota 11). Poi accenna ai “libri”, che, in senso metaforico, rappresentano l’Intelletto di Dio in cui sono presenti e conosciute come se vi fossero scritte le azioni buone e cattive di tutti gli uomini. L’Apostolo usa anche il termine “libro della vita” – che già aveva usato al capitolo III, XIII e XVII – per indicare la prescienza divina, la quale conosce ab aeterno tutti coloro che si salveranno o no (Landucci, cit., p. 222, nota 12), secondo le opere buone e malvagie che avranno compiuto (cfr. S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I, q. 24, ivi, q. 39, a. 8).

“Il mare rese i morti che giacevano nel suo fondo, e gli inferi e il regno dei morti resero i defunti che avevano” (v. 13). I morti risorti si presentano davanti a Cristo giudice (S. Tommaso d’Aquino, Summa c. Gent., lib. IV, cap. 81; S. Th., Suppl., q. 79, a. 1, ad 3) assiso sul trono bianco venendo da ogni parte del mondo, dal mare e dalle profondità della terra (gli inferi, l’ade o lo sheol che sono il regno dei morti, ossia la regione sotterranea dell’oltretomba; cfr. Landucci, cit., p. 223, nota 13).

“E si fece il Giudizio di ciascuno secondo le sue opere. Gli inferi e il regno dei morti furono gettati nello stagno di fuoco” (v. 14). Coloro che hanno operato il male (inferi, morti) furono gettati nell’inferno. Qualcuno interpreta ciò come la perdita di potere sugli eletti da parte degli inferi e della morte, che non possono oramai più nulla su coloro che entrano nel Regno dei cieli (Sales, cit., p. 676, nota 15). In breve anche la morte corporale è sconfitta da Cristo nella sua Parusia.

Il Concilio di Lione (1274, DB 464) ha definito che “le anime giuste e pienamente purificate subito (mox) vengono ricevute in cielo, quelle che si trovano nel peccato mortale subito (mox) vengono precipitate nell’inferno” (cfr. anche Conc. Lateranense IV, DB 429). La S. Scrittura aveva già rivelato la immediata retribuzione dei buoni e dei cattivi al momento della loro morte; si veda la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc., XVI, 22); la canonizzazione del buon ladrone da parte di Gesù (“Hodie eris mecum in Paradiso”, Lc., XXIII, 43). La Tradizione patristica insegna la medesima dottrina: Ignazio (Rom., IV e VII; Trall., XIII); Clemente romano (I Cor., V, 4 e 7); Policarpo (Phil., IX) e tutti i Padri (con qualche incertezza presso Ilario e Ambrogio dovuta all’escatologia di Origene prima della sua condanna) sino alla scolastica (S. Tommaso d’Aquino, S. Th., Suppl., q. 88; Summa contra Gentiles, lib. IV, cap. 91; A. Piolanti, De Novissimis, Roma/Torino, Marietti, 1941).

L’Apocalisse conclude il XX capitolo: “Questa è la seconda morte” (v. 14), ossia la morte eterna, la dannazione (Simbolo Atanasiano, DB 40; Conc. Lat. IV, DB 429; Benedetto XII, Costituzione Benedictus Deus, DB 530), che è la prosecuzione per l’eternità dello stato di peccato mortale o della morte spirituale dell’anima, mentre la prima morte è quella del solo corpo, che risorge alla fine del mondo (cfr. S. Tommaso d’Aquino, S. contra Gent., lib. IV, cap. 95).

“Chi non si trovò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco” (v. 15), cioè chi per le sue cattive opere viene conosciuto dalla mente di Dio come malvagio privo della vita della grazia viene gettato nell’inferno. Per il fuoco fisico e reale dell’inferno vedi S. Tommaso d’Aquino (S. Th., Suppl., q. 70, a. 3) e la Dichiarazione della S. Penitenzieria (30 aprile 1890). Il libro della vita (cfr. S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 114) è la prescienza divina di coloro che si salveranno o danneranno alla fine del mondo a causa delle loro cattive opere e non di una predestinazione all’inferno da parte della volontà di Dio, come insegna il luteranesimo condannato dal Concilio di Trento (DB 809 e 842).

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CONCLUSIONE

Il significato dell’Apocalisse

Padre Bonaventura Mariani scrive: «Gesù sa che la parusia deve essere preceduta da certi segni: l’apostasia, il mistero dell’iniquità, l’anticristo». Per quanto riguarda l’anticristo, p. Bonaventura, spiega che «in senso stretto […] si può intendere individualmente e collettivamente. Nel primo caso l’anticristo [finale] è una persona individua, che capeggia la lotta finale contro Cristo e la sua Chiesa. Nel secondo caso è il complesso di tutte quelle forze umane, morali, religiose, sociali [anticristi iniziali] di cui dispone satana per combattere Cristo». Dalle epistole di S. Paolo si evince che l’anticristo finale sarà coevo alla parusia (II Tess., II, 3-12). Questa sarà preceduta dall’apostasia generale”. «Si parla di un uomo, la cui apparizione (parusia) nel mondo, insieme all’apostasia, è un fatto che deve precedere “la parusia di Gesù”. […]. L’anticristo farà seguaci tra coloro che non vollero accettare l’amore della verità. In questa maniera Dio li punisce, essi amarono l’errore, perciò divennero vittime della frode dell’empio (ivi, II, 10-11». Ma l’anticristo finale sarà annientato dal Signore Gesù.

Secondo monsignor Antonino Romeo Apocalisse significa: «rivelazione di una realtà occulta (mistero) ed ha spesso senso escatologico [i fini ultimi] (…) manifestazione di Gesù Cristo come sovrano e giudice (…). L’idea centrale è un’antitesi tra i due regni (Chiesa e mondo), tra Cristo e anticristo (…). La sintesi in cui si risolve questa antitesi è il Giudizio (…) che Dio esercita mediante Gesù, Signore e Giudice (…) Il messaggio di Giovanni ha lo scopo di corroborare nella fede e di confortare nella speranza; vuol premunire i fedeli, tendenti al rilassamento, contro la persecuzione che s’annunzia ognora più violenta (…): è un’esortazione alla perseveranza ed al martirio. Per quanto riguarda l’interpretazione, San Girolamo (Epistula 53 ad Paulinum) scrive: “Apocalypsis Ioannis tot habet sacramenta quot verba (ha tanti misteri quante sono le parole)” (…). I molti sistemi in cui è divisa l’esegesi cattolica dell’Apocalisse si possono ridurre a quattro. 1°) L’Escatologico: è il più antico e ancor oggi il più diffuso: l’Apocalisse (dal capitolo IV alla fine) predice gli eventi futuri della fine del mondo (persecuzioni e calamità, apostasie, anticristo, giudizio finale).

I suoi sostenitori sono: S. Gregorio Magno, S. Beda, Alcuino, S. Alberto Magno, Dionigi Certosino (…) S. Roberto Bellarmino, Cornelio A Lapide, Juan Mariana (…). 2°) Lo Storico antico: è quasi agli antipodi del primo: l’Apocalisse descrive la lotta del giudaismo e del paganesimo contro la Chiesa (…) il ciclo profetico dell’Apocalisse sarebbe compiuto col IV secolo (…). 3°) Lo Storico universale: ritiene che l’Apocalisse abbracci tutti i tempi… Gioacchino da Fiore inaugura la teoria delle sette epoche della Chiesa col coronamento di un millenarismo spirituale (…) Tale interpretazione ebbe gran voga essendo stata lanciata da Lutero presso i protestanti, da Bartolomeo Holzhauser presso i cattolici… Questo sistema superficiale diventa sommariamente arbitrario quando sminuzza la profezia in notizie di cronaca (…). 4°) Il Ricapitolativo: è l’unico, con il 1°, ossia l’escatologico, che possa dirsi tradizionale. L’Apocalisse non espone gli eventi in una serie progressiva continua, ma descrive alcuni eventi supremi della lotta tra Cristo e Satana… sino all’esito conclusivo: il Regno di Dio militante e trionfante. La recapitulatio è ammessa da s. Agostino De Civitate Dei, XX, 8. L’Apocalisse predice le direttrici della storia spirituale dell’umanità dall’Incarnazione alla fine del mondo, senza attardarsi alle contingenze particolari [come il 3° sistema “storico universale”, nda]».

Monsignor Francesco Spadafora segue – sostanzialmente – l’interpretazione di monsignor Romeo e aggiunge che secondo l’Apocalisse «nella lotta violenta, sanguinosa e senza quartiere, che il giudaismo condurrà contro la Chiesa, non questa soccomberà, ma il primo (…). Il paganesimo dell’Impero romano, e particolarmente il culto da tributare all’imperatore trovava nel cristianesimo un’opposizione irriducibile (…). I fedeli potevano dedurre che “scomparso” il giudaismo e l’odio dei giudei (sinagoga di Satana) seminatori di errori – primo nemico acerrimo – la Chiesa avrebbe trovato la pace, ora dopo il 70 dovevano costatare che il Regno di Dio incontrava ostacoli e persecuzioni dappertutto (…). Perché Gesù non manifestava la potenza contro i nemici del suo regno? Ed ecco la risposta di Giovanni. Il trionfo del Redentore e della sua Chiesa è sicuro (…) la venuta di Cristo per ciascuno di noi [giudizio particolare, nda] è vicina. [Quanto all’interpretazione – lo Spadafora – spiega che] la scuola gesuita spagnola restringe il ciclo profetico dall’Apocalisse al IV-V secolo… mentre tra gli acattolici moderni (E. Renan, A. Loisy) e modernisti lo spazio storico cui allude l’Apocalisse è ristretto al solo periodo contemporaneo a san Giovanni (seconda metà del I secolo d.C.)».

In breve l’Apocalisse è il libro divinamente ispirato che ci spiega ciò che è successo dall’Avvento di Cristo sino ad ora e ciò che dovrà succedere sino alla fine del mondo; questa è l’interpretazione comune dei Padri della Chiesa. Solo essa può aiutarci a scorgere, nel chiaro-oscuro della fede, i tempi che verranno, permettendoci di approdare alla filosofia e alla teologia della storia.

San Massimiliano Kolbe, nel luglio del 1939, ha scritto: “viviamo in un’epoca che potrebbe essere chiamata l’inizio dell’era dell’Immacolata”. In una lettera a padre Floriano Koziura (30 maggio1931) ha specificato: “Sotto il suo stendardo combatteremo una grande battaglia ed innalzeremo le sue bandiere sulle fortezze del potere delle tenebre”.

Un avvenimento inquietante aveva fatto capire a fondo la natura della massoneria a p. Kolbe «Negli anni precedenti la guerra, a Roma, la mafia massonica […] non rinunciò neppure a sbandierare per le vie della città, durante le celebrazioni in onore di Giordano Bruno, un vessillo nero con l’effige di San Michele Arcangelo sotto i piedi di Lucifero e tanto meno a sventolare le insegne massoniche di fronte alle finestre del Vaticano».

Di fronte a tale flagello p. Kolbe, come già Pio IX nel 1849, capì – grazie ad una conferenza di p. Ignudi nel 75° anniversario dell’apparizione della Madonna all’ebreo Ratisbonne in S. Andrea delle Fratte del 20 gennaio 1917 – che solo Maria Immacolata, la quale ha schiacciato sin dal primo istante del suo concepimento il capo del serpente infernale, poteva sconfiggere la pestilenza massonica. Egli si chiese «In che modo ci possiamo opporre a questa pestilenza, a quest’arma dell’anticristo? L’Immacolata, Mediatrice di tutte le grazie, può e vuole aiutarci».

Padre Kolbe si rendeva conto che i tempi a lui presenti erano eccezionalmente dominati da satana e che le cose sarebbero andate sempre peggio. Quindi fondò la “Milizia dell’Immacolata” il 16 ottobre 1917 assieme a sei confratelli del “Collegio Serafico Internazionale” di Roma. Ora, la lotta contro satana, che è un puro spirito anche se decaduto, non può vincerla l’uomo, ma solo l’Immacolata, la quale tuttavia vuole la nostra povera cooperazione.

FINE

d. Curzio Nitoglia

3/1/2015

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