Solgenitsin e il Ruolo dell’Ebraismo nella Rivoluzione Russa [3]

6624 17.12.1998 Писатель, лауреат Нобелевской премии Александр Солженицын (справа) и виолончелист Мстислав Ростропович (слева) на концерте в честь 80-летия писателя. Юрий Абрамочкин/РИА Новости

Terza parte

La guerra civile (1919-1922)

Dopo lo sterminio della famiglia imperiale (nel luglio del 1918 a Ekaterinenburg) i “vecchi russi”, ostili all’ideale del “nuovo russo” proprio del bolscevismo, si organizzarono nell’Armata Bianca e combattettero, finita la Grande Guerra, contro l’Armata Rossa di Trotskij per altri tre lunghi anni, dopo i quattro difficilissimi anni di Prima Guerra mondiale.

Solgenitsin scrive: “La rivoluzione del febbraio 1917 era stata una rivoluzione russa, dura, erronea, fatale, ma non si prefiggeva di distruggere tutto ciò che la precedeva: l’annientamento dell’intera vecchia Russia e della sua storia. Appena dopo l’ottobre, la rivoluzione si era trasformata in rivoluzione totale, internazionale, essenzialmente distruttiva, che si nutriva annichilendo tutto ciò che si trovava a sua portata del vecchio Regime” (A. Solgenitsin, Due secoli insieme. Ebrei e Russi durante il periodo sovietico, Napoli, Controcorrente, 2007, vol. II, p. 145).

Fu così che si arrivò alla guerra civile, che per tre lunghi anni (1919-1922) ha arrecato ai russi tante sventure e sciagure sanguinose.

“Gli ebrei-russi politicamente attivi, che alla fine dell’ottobre del 1917 avevano sostenuto il potere civile dei bolscevichi, si precipitavano ora (1919) nelle strutture militari bolsceviche” (cit., p. 116). Molti furono i massacri perpetrati in quei tristissimi anni.

L’Armata Rossa

“Nel 1918 Leone Trotskij , con l’aiuto di Sklianski e di Jacob Sverdlov, creò l’Armata Rossa. Nei suoi ranghi combattevano numerosi ebrei. Parecchie unità dell’Armata Rossa erano composte interamente da ebrei. Nel comando dell’Armata Rossa, la parte degli ebrei crebbe in numero e in importanza sino a molti anni dopo la guerra civile. Questa partecipazione degli ebrei è stata oggetto di studio di molti autori ebrei ed è menzionata in diverse enciclopedie ebraiche” (cit., p. 147).

Quindi non è difficile spiegare come “la popolazione russa, nel suo insieme, abbia ritenuto che il Terrore fosse un terrore ebraico. Perciò anche alcuni ebrei che non ne facevano parte furono accusati ingiustamente di terrorismo politico” (cit., p. 159).

Certamente gli ebrei non furono i soli ad aderire al potere bolscevico, ma quest’obiezione non altera l’amara verità: gli ebrei cekisti1, che in quell’epoca occupavano i posti e i livelli più importanti, rappresentano gli ebrei-russi e ricevono un potere quasi illimitato e questi rappresentanti non hanno saputo trovare in sé un freno, una fonte di lucidità, di controllo, non hanno saputo dominarsi e fermarsi.

Negli eccidi del triennio 1919-1922 “non c’erano solo ebrei, ma si fucilava in primo luogo l’élite russa. Il numero dei collaboratori della Ceka oscillava tra i 150 e i 300; la proporzione degli ebrei rispetto all’insieme di collaboratori era di uno su quattro, ma i posti chiave si trovavano tutti quasi esclusivamente nelle loro mani. Su 20 membri della Commissione, ossia quelli che decidevano sulla sorte delle persone, 14 erano ebrei” (cit., p. 162).

Fu soltanto allora (nel 1921) che scoppiarono i primi pogrom antiebraici nella Russia rivoluzionaria (cit., p. 163).

I bolscevichi dell’Armata Rossa entrarono in Polonia nel 1920 e furono accolti calorosamente dalla popolazione ebrea (cit., p. 166), mentre in Germania rimasero molti “pregiudizi antisemiti” rafforzati dal ruolo assunto dagli ebrei nel movimento rivoluzionario dell’immediato dopo-guerra (cit., p. 167). Ma, continua Solgenitsin “se, in Russia e in Germania, il ruolo degli ebrei nella rivoluzione è stato molto netto, in Ungheria è stato decisivo. Sui 49 commissari popolari, 31 erano ebrei, in primo luogo lo stesso Bela Kun ministro degli Esteri e de facto Capo del governo” (cit., p. 168). Invece in Ucraina “la popolazione ebraica fu sottomessa a saccheggi e pogrom come non ne avevano mai conosciuti” (cit., p. 169).

L’Armata Bianca

Il campo dei Bianchi era composto non solo da monarchici, ma anche da alcuni residui dei gruppi liberali, dei socialisti moderati, insomma di tutti coloro che erano ostili al bolscevismo (cit., p. 177).

“L’accesso degli ebrei all’Armata Bianca si trovò sbarrato […] a causa della partecipazione troppo numerosa degli ebrei al fianco dei rossi, i bianchi diffidavano sempre di più degli ebrei, essi erano convinti che gli ebrei assieme ai tedeschi favorissero il bolscevismo. Avendo occupata l’Ucraina, i bianchi avevano subìto l’influenza del furioso antisemitismo locale, il che causò la partecipazione ad esplosioni antiebraiche. L’esercito bianco fu ‘ipnotizzato’ da Trotskij e Nakhamkis, il che lo portò a identificare il bolscevismo nel suo insieme con gli ebrei e di conseguenza si ebbero i pogrom” (p. 177 e 179).

L’antisemitismo crimine mortale tra il 1926 e il 1930

Tra il 1926 e il 1930 furono pubblicati dal Partito bolscevico numerosi articoli e opuscoli sul pericolo reazionario e controrivoluzionario dell’antisemitismo. Addirittura il 19 febbraio del 1929 “La Pravda consacrava un articolo in prima pagina alla lotta contro l’antisemitismo” (cit., p. 278).

Sempre nel 1929 si arrivò a perseguitare persino l’antisemitismo nascosto […] sulla sola base del sospetto. […]. Quelli che esprimono opinioni sfavorevoli sugli ebrei sono considerati come antisemiti dichiarati, mentre quelli che non lo fanno come antisemiti nascosti” (cit., p. 279).

Tutto ciò provocò un’identificazione specialmente presso il popolo russo tra il bolscevismo sovietico e l’ebraismo.

La colonizzazione ebraica delle terre russe negli anni Venti

Siccome i bolscevichi ritenevano che gli ebrei erano stati privati dallo zarismo della possibilità di lavorare la terra ed erano stati, così, condannati ad esercitare l’usura, occorreva aiutare gli ebrei a colonizzare le terre della Russia (cit., p. 289).

Il motivo di ciò risiedeva anche nella volontà di ottenere dagli occidentali una vasta corrente di simpatia e di finanziamenti (ivi).

La Crimea fu designata quale nuova Terra Santa ebraica o Palestina. Ciò venne fatto anche per “legare gli ebrei al potere comunista” (cit., p. 290).

La Germania, la Francia e gli Usa risposero positivamente e concretamente (cit., p. 291).

Gli ebrei aderirono a questo paino poiché vi vedevano un’opportunità per la loro autonomia “occupando” l’Ucraina e la Crimea per “crearvi regioni ebraiche autonome, ma ciò non piacque ai sionisti americani, che vedevano in questo piano un’alternativa al sionismo” (cit., p. 292).

“Eppure questo piano di conversione degli ebrei all’agricoltura fu un fallimento. Niente spingeva i coloni a restare. […]. Nuove possibilità erano loro offerte dall’industria così come dall’amministrazione, il che non accadeva nel XIX secolo. […]. Inoltre gli ebrei non lavoravano le terre loro assegnate, ma le affittavano o le facevano coltivare da altri” (cit., p. 295 e 294).

Se il sionismo non vedeva di buon aocchio quest’assimilazione degli ebrei alla Russia bolscevica, da parte sua il bolscevismo non amava il sionismo per la sua volontà di non assimilazione ad altri Paesi che non fossero la Palestina o il futuro Israele (1948). Infatti “nel settembre-ottobre del 1924 un’ondata di arresti si abbatté sugli ambienti sionisti” (cit., p. 309).

Cinquanta anni dopo molti autori israeliti hanno riconosciuto che “le disgrazie le quali hanno colpito gli ebrei a causa della rivoluzione si spiegano in gran parte col fatto che la gioventù ebraica si era distolta dalla sua religione e dalla sua cultura sotto l’influenza dell’ideologia comunista” (cit., p. 311), mentre gli anziani restarono attaccati alle loro tradizioni.

“La massiccia penetrazione degli ebrei in tutte le sfere della vita pubblica russa e nelle sfere dirigenti sovietiche negli anni Venti si rivelò non costruttiva anzi nefasta per loro” (cit., p. 312). Tuttavia “dopo parecchi decenni l’avvenire mostrò che qualcosa della loro coscienza nazionale era comunque restato in essi, resistendo al completo sradicamento” (cit., p. 313).

Le cause dell’antisemitismo

Nel 1903 uno studioso israelita, Bernard Lazare, scriveva: «Ovunque gli ebrei si sono stabiliti, si è sviluppato l’antisemitismo, o meglio ancora, l’antigiudaismo, poiché antisemitismo è una parola poco esatta… Il popolo ebreo è stato odiato da tutti i popoli tra i quali si è stabilito… Gli ebrei, almeno in parte, causarono i loro mali, poiché l’ebreo è inassimilabile» (B. Lazare, L’antisemitisme son histore et ses causes, Documents et témoignages, Vienne, 1969, pp. 13-14; tr. it., Verrua Savoia, CLS, 2000). Secondo il Lazare le cause generali dell’antisemitismo risiedono nel giudaismo e non nei popoli che l’hanno combattuto; poiché se i popoli vinti finivano per sottomettersi ai vincitori, pur mantenendo – eventualmente – la propria fede, al contrario gli ebrei non vollero mai assoggettarsi ai costumi dei popoli tra i quali erano chiamati a vivere, essi vollero dappertutto restare ebrei, come popolo e Stato, fondando così uno Stato nello Stato, nel quale non entravano come cittadini, ma come privilegiati o non-assimilati diventando padroni dei loro padroni. Inoltre il Protestantesimo, la Rivoluzione francese, il Liberalismo hanno affrancato gli ebrei, li hanno emancipati ed hanno permesso loro di diventare i padroni delle nazioni cristiane, facendo scoppiare violentemente il problema ebraico2. Lo stesso è avvenuto nella Rivoluzione russa.

Visto ciò che è successo in Russia dal 1917 al 1919 La Civiltà Cattolica giustamente scriveva già circa 30 anni prima: «Se non si rimettono gli ebrei al loro posto, con leggi umane e cristiane sì, ma d’eccezione, che tolgano loro l’uguaglianza civile cui non hanno diritto non si farà nulla o ben poco, data la loro natura di stranieri in ogni Paese e dato il dogma fondamentale della loro religione, che li sprona ad impadronirsi, con qualsiasi mezzo del bene di tutti i popoli; dato che l’esperienza dimostra che la parità dei diritti coi cristiani ha per effetto o la soppressione di questi o l’eccidio degli ebrei da parte dei cristiani, ne segue che il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani è quello di regolarlo con leggi speciali, che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani, ed ai cristiani quello degli ebrei»(La Civiltà Cattolica, 1890, serie XIV, vol. 8).

Bolscevismo anticristiano e filoebraico

“Il potere bolscevico ostile ad ogni forma di religione, mentre colpiva senza pietà la Chiesa cristiana, manifestò in un primo tempo un atteggiamento piuttosto tollerante nei confronti della pratica religiosa degli ebrei” (cit., p. 313).

Tuttavia iniziarono ben presto ad addensarsi le prime nuvole (1927) come avvisaglia delle persecuzioni future (1934). Infatti “nel 1926 Zinoviev e Kamenev si allearono con Trotskij contro Stalin, in altri termini tre dirigenti ebrei di primo piano si ritrovarono sullo stesso fronte. […]. Trotskij temeva che Stalin utilizzasse contro di lui l’arma dell’antisemitismo. Il che in parte accadde solo alcuni anni dopo. Infatti Stalin comprendeva che all’epoca gli ebrei erano molto numerosi nel Partito e se si univano a lui potevano costituire una vera forza” (cit., p. 322).

Conclusione

Solgenitsin conclude così il capitolo sugli anni Venti: “nel corso degli anni Venti, furono numerosi gli ebrei che si precipitarono al servizio del Moloc sovietico, senza pensare allo sventurato Paese che sarebbe diventato il campo delle loro esperienze e senza pensare nemmeno alle conseguenze che ne sarebbero derivate per loro stessi. Furono numerosi gli ebrei che, accedendo alle cariche più alte del potere, cominciarono a perdere il senso della misura sino ad arrivare al livello che non bisogna sorpassare” (cit., p. 330).

Nel prossimo articolo studieremo gli anni Trenta.

d. Curzio Nitoglia

CONTINUA

1La Ceka è la sigla della Polizia Politica Sovietica (1917-1922) sostituita dalla Ghepeu in sigla GPU (1922-1934), sostituita dalla NKVD e dal GUGB, sostituite dal KGB (1954-1991).

2Monsignor Antonino Romeo scrive: non è antisemitismo parlare dei pericoli del giudaismo, la giustizia e la carità non escludono una prudente e moderata difesa. Solo su queste basi, escludendo ogni odio personale, è lecito un antigiudaismo teologico nel campo delle idee, volto alla vigile tutela del patrimonio sociale, religioso e morale della Cristianità» (in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, vol. I, col. 1502, voce Antisemitismo).

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